25 APRILE 1955.  Le celebrazioni ufficiali

 

 

Le celebrazioni ufficiali del Decennale iniziano domenica 17 aprile con la commemorazione a Cuneo di Duccio Galimberti.

La commemorazione é tenuta da Ferruccio Parri alla presenza del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi.

 

La manifestazione é solenne. L’“Avanti!” riporta la presenza di “membri del governo, prefetti, generali e prelati”.

Sono presenti i 249 sindaci della regione e una folta rappresentanza di città decorate nella Resistenza. Pur nell’ufficialità della manifestazione il quotidiano socialista non rinuncia a notare: “Dopo Parri il Governo, per bocca del sottosegretario Badini-Confalonieri ha detto che difenderà sempre gli antifascisti ma qualcuno, udendolo, ha pensato che quell’anti era forse un solo frettoloso omaggio alle circostanze”[1].

Il quotidiano socialista sarà ben meno critico in occasione dei discorsi commemorativi dei presidenti delle Camere, Cesare Merzagora e Giovanni Gronchi, nella seduta pomeridiana di venerdì 22 aprile. Entrambi candidati alla Presidenza della Repubblica, nei loro interventi si richiamano all’unità nazionale e alla realizzazione delle istanze della Resistenza, ricevendo l’apprezzamento di tutto lo schieramento parlamentare, anche perché, come nota “L'Unità”, “fascisti e monarchici sono opportunamente usciti dall’aula”[2]. Gronchi definisce la Resistenza “moto popolare nel senso più largo della parola” e riguardo alla odierna situazione politica afferma che “occorre operare da opposte parti, con purezza di intenti e di animo, a che il patrimonio della Resistenza non vada disperso”[3]. Il suo discorso, che gli aprirà la strada per il Quirinale, su proposta dell’on. Chiaramello (PSDI) verrà affisso in tutta Italia.

Le celebrazioni promosse dal Governo, di cui Saragat é l’incaricato[4], saranno molto più austere.

 

 

Il momento centrale é domenica 24 aprile con una solenne cerimonia all’altare della Patria: il presidente del Consiglio Mario Scelba depone una corona di fiori, alla presenza di numerosi membri del Governo, quindi si celebra una messa in suffragio dei caduti. Il rito religioso sarà un costante corollario delle celebrazioni ufficiali, quando non assurge addirittura a momento centrale, mentre le celebrazioni di massa sono accuratamente eliminate dai programmi. Nonostante questo PCI e PSI sottolineano gli aspetti unitari delle manifestazioni, parlando con toni enfatici di ‘unione di popolo’ il primo e ‘unione dei partiti antifascisti’ il secondo.

“Oggi e domani in tutta Italia gli uomini della Resistenza, che dieci anni fa avevano saputo superare le divergenze delle diverse correnti politiche ed i contrasti delle diverse istanze nella lotta unitaria contro il nazismo e il fascismo, per il supremo bene della Patria, si ritroveranno fianco a fianco come allora per ricordare quella gloriosa primavera di libertà. Possano i ricordi delle comuni sofferenze e delle comuni vittorie rendere non effimera questa ritrovata unità e, col dare un più vigoroso respiro sociale ed umano alla politica italiana, avviare alla realizzazione dei postulati della Resistenza, che non fu solo insurrezione armata ma anche, e soprattutto, anelito di libertà, di pace e di giustizia sociale”[5].

La principale manifestazione nazionale, quella di Milano il 25 aprile, alla presenza di Einaudi e del ministro della Difesa Taviani segnerà un brusco raffreddamento di questo ottimismo socialista:

“Milano partigiana (che é poi l’autentica Milano) ha fatto ieri la parte della parente povera nella celebrazione del 25 aprile. [...] Non é stata - occorre dirlo - una manifestazione di popolo quale Milano si meritava. C’è stata bensì la preoccupazione di dare alla celebrazione un carattere tanto solenne quanto lontano dall’entusiasmo con cui Milano salutò dieci anni or sono la riconquistata libertà ottenuta dai milanesi in armi. Vien fatto di ricordare le manifestazioni con cui si celebrano avvenimenti storici di 50, 100 anni fa, nelle quali, mancando i superstiti, coloro che a quegli avvenimenti dettero vita, si sostituisce allo spontaneo entusiasmo di chi ha in cuore - e la rivive - una epopea, la pompa cara alle autorità, l’ordine freddo dei programmi predisposti dall’alto”[6].

L’“Avanti!” accusa “l’eccellentissimo signor prefetto di Milano” di voler imbalsamare la Resistenza, di aver ridotto la manifestazione ad “appendice della messa” che il cardinale Martini ha celebrato sul sagrato del Duomo. Si parla di una regia “che ha voluto escludere per quanto possibile quel popolo milanese che pur era stato il protagonista principe dello ‘storico evento’ che si commemorava; [...] Troppi generali, troppi ‘commendatori’ e troppo pochi resistenti facevano ieri ala al Presidente della Repubblica”. Come se non bastasse “un rombo improvviso di aereo rompe il cielo e un piccolo apparecchio grigio punta sulla piazza, si abbassa radente agli edifici e lancia alcune manciate multicolori di volantini che molti scambiano a prima vista per un gentile omaggio floreale a quei morti che la Messa intendeva suffragare”, ma sono in realtà “manifestini provocatori”[7]. Alla fine della cerimonia il corteo partigiano, composto di 900 ex combattenti (contro i 5000 fanti, artiglieri e bersaglieri) é stato “premurosamente sciolto”[8].

“L'Unità” é invece presa dalle sue esigenze unitarie: “Corale entusiasmo popolare, vivo e palpitante. Nel centro la folla faceva ressa ovunque e non si camminava più”[9]. Non c’è accenno alla situazione descritta dall’organo socialista.

 Per i comunisti diffondere l’immagine di una unità di popolo attorno ai valori dell’antifascismo ha un’importanza tale che talvolta va al di là della denuncia dell’operato del Governo.

Altrettanto importante é però per la DC non associarsi ai comunisti nelle celebrazioni, cosa che automaticamente darebbe loro una nuova legittimazione all’interno dell’arco costituzionale. L‘occasione é un delitto a Colombaia, nei pressi di Reggio Emilia, dove un iscritto al PCI, certo Guerrino Costi, uccide due contadini.

Confessione del comunista assassino di Colombaia denuncia l’odio politico alimentato in Emilia dal PCI.

Ieri mattina all’alba, schiacciato dalle prove raccolte contro di lui, Guerrino Costi si é riconosciuto autore del delitto - Imbestialito dai progressi della DC nella zona aveva premeditato l’uccisione del Parroco, ma poi sfogò il suo furore contro i coltivatori diretti - Il Costi era stato anche capo-cellula”[10].

 

Le responsabilità morali del PCI nell’assassinio occupano la prima pagina de “Il Popolo” per molti giorni all’inizio di aprile e il 19 in un piccolo trafiletto a pag. 7 si annuncia che “per l’eccidio di Colombaia” La DC emiliana non si unirà al PCI nelle celebrazioni della Resistenza, “scindendo il proprio intervento alle manifestazioni del Decennale da quello del partito Comunista e di organizzazioni ispirate da questo che, infangando i grandi ideali del secondo Risorgimento della Patria, ha la responsabilità morale e politica del recente eccidio”[11]. La DC nazionale prende poi quelle che il suo quotidiano definisce “eloquenti iniziative”: celebrare a Reggio Emilia il Convegno democristiano del Decennale: “parteciperanno alla manifestazione tutti i delegati provinciali e regionali italiani del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana, i membri del Comitato e dello Esecutivo Nazionale al completo, personalità politiche ed esponenti della Resistenza”[12].

Le speranze della sinistra che nella Democrazia Cristiana prevalessero, sollecitate dal Decennale, aperture al PCI, rimangono deluse: si verificano delle convergenze, ma da parte di uomini legati direttamente all’esperienza resistenziale, quali Brusasca, Meda o Marazza, che non coinvolgono i vertici del partito democristiano, attestato sempre sull’anticomunismo più esasperato.

 Comunisti e socialisti sono esclusi dalle iniziative televisive e radiofoniche del Decennale[13].

Nella rappresentazione ufficiale della Resistenza l’accento “é spostato al ‘dopo’, al cammino successivo percorso dal Paese. [...] Le tragedie della guerra e i conflitti politici e sociali dell’immediato dopoguerra sono uniti, in sostanza, in un’unica deprecazione, cui si contrappone la insistita sottolineatura della rinascita successiva: scandita dalla riforma agraria, dalla Cassa del Mezzogiorno, dalla scoperta del metano, ma anche da nuove e crescenti vittorie sportive dell’Italia, dalla televisione e così via”[14].

Poi, dopo le celebrazioni, sul fascismo e sulla Resistenza cala di nuovo il silenzio.

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[1]“Avanti!”, 19 aprile 1955

[2]“L'Unità”, 23 aprile 1955. Dell’estrema destra sono presenti i monarchici on.li Degli Occhi e Viola e per il MSI l’on. Leccisi, al quale é imputato anche un tentativo di provocazione, “prontamente respinto da tutta l’Assemblea”.

[3]“Avanti!”, 23 aprile 1955

[4]E’ significativo che gli uomini della DC non si impegnino direttamente nella preparazione delle celebrazioni istituzionali, preferendo delegare a un socialdemocratico il compito.

[5]“Avanti!”, 24 aprile 1955

[6]Ivi, 26 aprile 1955

[7]Scontri con fascisti o vere e proprie contromanifestazioni sono registrati a Roma, in Piazza Venezia. “"L'Unità"” del 26 aprile 1955 rileva il “passivo comportamento della polizia nei riguardi dei teppisti”; scontri con fascisti sono registrati anche a Trieste, Castellammare, Perugia e Cesena.

[8]“Avanti!”, 26 aprile 1955

[9]“L'Unità”, 26 aprile 1955.

[10]“Il Popolo”, 2 aprile 1955

[11]Ivi, 19 aprile 1955

[12]Ivi, 22 aprile 1955

[13]Gli oratori che si succedono per dieci minuti ai microfoni della Rai sono Saragat, Cadorna, Parri, P.E. Taviani, Pizzoni, Giorgio Bo e Scelba. [G. Crainz - N. Gallerano, La Resistenza italiana nei programmi della RAI, Rai-Eri, Roma, 1996, pag. 39]

[14]Ivi, pag. 45