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Con il 1947 la Democrazia Cristiana inserisce il suo antifascismo nella più vasta categoria dell’antitotalitarismo. 

 

Rinnega la legittimità del PCI e si pone nei suoi confronti in un’ottica di scontro frontale, che in determinate circostanza rasenta la guerra civile.

Lo scontro duro si attenua con la sconfitta della legge truffa (1953) e i comunisti guardano con interesse al successivo governo Pella (agosto 1954).

Ad ottobre l’apertura di credito è già chiusa, avendo rilevato che all’attenuazione dei toni della campagna anticomunista non sono seguiti fatti concreti.

Nel gennaio 1954 c’è la crisi e Fanfani prova senza successo a formare un governo. 

 

Annota Ernesto Ragionieri:

 

“Se nel dibattito sulla fiducia al governo Fanfani, Togliatti aveva invocato un nuovo Giolitti, che cautamente avviasse una politica di distensione e di riforme, la DC rispose designando Mario Scelba” [E. Ragionieri, Storia d’Italia, vol. 14, Einaudi, Torino, 1976].

 

 

E Aldo Agosti: 

 

“Nel complesso, comunque, rispetto ad un anno prima, il clima che si respira nel paese é meno arroventato: la ricorrenza del Decennale della Resistenza costituisce malgrado tutto un’occasione di convergenza fra le forze politiche che ne erano state protagoniste. Certo, é una celebrazione sui generis [...], nonostante ciò Togliatti approfitta dell’anniversario per ribadire in ogni discorso il carattere democratico e unitario della lotta antifascista e la validità delle scelte compiute dal PCI” [Agosti, Togliatti, Utet, Torino, 1996, pag. 432].

 

Il Decennale rappresenta per il PCI un tentativo frustrato di distensione interna. 

 

L’integralismo anticomunista che la DC conferma nel 1955 rende ancora valida, seppur in una situazione meno drammatica, l’analisi che Togliatti aveva fatto all’indomani dell’estromissione dal governo. 

 

Nel Decennale il PCI ribadisce la propria legittimità guadagnata sul campo.

 

Si accentua la denuncia della degenerazione del gruppo dirigente democristiano, per la rottura dell'unità antifascista, il sabotaggio della Costituzione, impedendo l'inserimento delle masse popolari nello Stato.

Il tutto sintetizzabile con l’accusa di tradimento agli ideali della Resistenza.

La stessa accusa é del resto lanciata dalla DC verso i comunisti. 

 

Da parte cattolica la Resistenza viene valutata non nel contesto politico-militare ma su un piano metafisico, di ‘Resistenza al male’ guidata dalla morale cristiana.

 

“Se l’aspetto più appariscente fu la lotta politica, l’aspetto più profondo fu la lotta dell’uomo per sopravvivere alle forze del male scatenate alla sua sopraffazione. [...] La Resistenza nel suo significato più puro é stata la lotta contro questo Hitler cosmico di cui l’Hitler reale fu una manifestazione transitoria” [L. Verini, Resistenza e verità, “Il Popolo”, 23 aprile 1955].

 

Da questi presupposti “é assolutamente incontestabile che, su un piano concettuale, la Resistenza fu un evento molto più cattolico che comunista” [P. Malvestiti, La partecipazione dei cattolici, “Il Popolo”, 22 aprile 1955].

 

“Il Popolo”, 18 aprile 1955:

La Resistenza é stata una rivolta della coscienza popolare contro un regime negatore della libera espansione civile e sociale del popolo italiano e particolarmente dei più giovani; una rivolta contro l’inganno magniloquente del totalitarismo fascista. Ma se la Resistenza, come fatto costruttivo, ha rappresentato soprattutto la aspirazione del popolo ad uno Stato che promuovesse il libero sviluppo della personalità umana, la uguaglianza dei diritti civili, la progressiva conquista di una sempre maggiore dignità sociale, il pacifico inserimento di una Italia democratica fra i liberi, allora la Democrazia Cristiana rivendica l’onore di essere stata la più fedele interprete delle aspirazioni dei martiri, degli eroi e del popolo operante nella Resistenza.

 

La DC si autoproclama depositaria della vera libertà e rivolge al PCI le sue stesse accuse.

 

Di “aver rinnegato lo spirito della Resistenza ed aver cercato di sottrarre larghe masse popolari allo sforzo comune, creando un’atmosfera di sospetto e di opposizione preconcetta, gettando la sfiducia negli istituti della democrazia e nelle forze che operano per ricostituirle e rinvigorirli, perseguendo l’intendimento di mortificare la democrazia nella coscienza del popolo e di soverchiarla dopo averla resa imbelle” [M. Rumor, Un patrimonio comune, “Il Popolo”, 24 aprile 1955]. 

 

In questo senso l’opposizione democristiana ad un nuova legittimazione del PCI é ideologica, mentre quella dei comunisti si basa sull’accusa di un ‘comportamento fascista’ da parte dei vertici del partito.

Le accuse più ricorrenti che vengono rivolte alla Democrazia Cristiana sono: 

 

1)collusione con le forze reazionarie 

 

2) la subordinazione all’imperialismo statunitense 

 

3) l’inattuazione deliberata della Costituzione.

 

 

LUIGI LONGO (GALLO):

 

“A dieci anni dalla Liberazione, la nostra Costituzione repubblicana, che di quella vittoria fu il frutto più elaborato, più maturo, praticamente é rimasta lettera morta. Molto autorevolmente é stato detto che, in questi anni, abbiamo avuto una ‘inattuazione costituzionale pianificata’. Oggi, parlare della Costituzione, invocarne i principi politici e sociali, sa di sovversivo” [L. Longo; Dieci anni dopo, “L’Unità”; 24 aprile 1955.].

 

L’accusa alla DC di avere deliberatamente impedito l’attuazione della Costituzione é sicuramente la più efficace, sia perché é portata avanti da una schiera vasta ed eterogenea di oppositori, sia perché comprovata da riscontri oggettivi. 

 

La Costituzione rappresenta la grande eredità della collaborazione antifascista. Nella sua attuazione sono racchiuse tutte le aspettative di coloro che auspicavano, dopo la sconfitta della dittatura, una democrazia sociale compiuta. Per il PCI la difesa della Costituzione é il punto fondante della strategia politica, anche se, come notano Flores e Gallerano, “la lotta per la difesa della Costituzione era indirizzata al ripristino del ‘patto fondativo’ piuttosto che alla realizzazione dei singoli articoli. Si voleva difendere, insomma, più il sistema politico che la democrazia” [M. Flores - N. Gallerano, op. cit. pag. 92].

 

Fin dal 1944 “le istituzioni rappresentative liberali venivano ritenute passibili di una profonda democratizzazione grazie all’ingresso al loro interno, in posizione egemonica, dei partiti di massa” [Ivi, pag. 88].

La convinzione di poter esercitare questa supervisione politica fece sì che fossero lasciate cadere ipotesi di riforma di struttura al momento della codificazione del nuovo Stato. La collaborazione tra i partiti di massa era considerata la vera ‘novità istituzionale’. 

 

Con la estromissione delle sinistre dal governo e la vittoria elettorale dell’aprile 1948, la DC potrà così contare sulla “sostanziale integrità di un apparato statale che il PCI si era illuso nel 1944-47 di poter subordinare al governo - forte, democratico e stabile - dei partiti di massa” [Ivi, pag. 89] e sfrutterà abilmente l’elasticità del rapporto partiti-istituzioni come base per il proprio regime.

 

Per i comunisti contrastare il regime significava ripristinare le condizioni dell’accordo costituzionale, costringendo la DC a ritrovare la sua passata ispirazione nazionale e popolare, delegittimando i suoi vertici che ostacolavano tale recupero.

Il gruppo dirigente democristiano e i suoi referenti (le forze padronali) sono, se non identificati, accusati di metodi fascisti ed é sostenuto il parallelo tra il regime del ventennio e quello odierno.

Un registro ‘resistenziale’ é usato per commentare la dura battaglia sindacale dei portuali genovesi, gli scioperi dei braccianti in Val Padana e tutte le altre numerose lotte che in questo momento sono in corso: si parla di “fascismo padronale”, “vessazioni fasciste”, “fascismo nei porti” [“L'Unità”, rispettivamente 8 aprile; 22 aprile; 15 aprile 1955].

 

Rileva Gian Enrico Rusconi:

 

“Il fascismo non poteva essere identificato in una formazione partitica ma in un insieme di fattori occulti e palesi che si opponevano alle istanze di rinnovamento politico e sociale che la Resistenza portava con se. Fin da allora il neofascismo si configura come l’antisinistra; quindi portatore del neofascismo può essere di volta in volta individuato dai suoi avversari nel capitalismo, nell’apparato statale o nel sistema di potere democristiano tout-court” [G.E. Rusconi, Resistenza e postfascismo, Il Mulino; Bologna; 1995; pag. 190]. 

 

La linea del PCI é qualificata dalla volontà di opporre alla DC una opposizione durissima e da una mobilitazione continua, per fare fronte alla marginalità politica in cui il partito é stato spinto. D’altra parte, essa può anche essere imputata ad una debolezza analitica, riconducibile alla “difficoltà dei comunisti a cogliere i nuovi segnali che emergevano sul terreno produttivo e su quello sociale, sul versante tecnologico e della realtà operaia dentro e soprattutto fuori la fabbrica” [M. Flores- N. Gallerano; op. cit. pag. 185].

 

La sconfitta CGIL alla Fiat nell’aprile 1955 é solo il momento più evidente della crisi che sta attraversando il movimento operaio. 

 

Tutti gli anni '50 furono vissuti in difesa contro i licenziamenti e le serrate, la disoccupazione e la repressione antisindacale. Per fronteggiare questo attacco si rilanciava la parola d’ordine:

“la Resistenza continua”.