16 aprile 1955.  Il Congresso partigiano di Torino

 

L'APPELLO DEI PARTIGIANI PRIMA DEL CONGRESSO DI TORINO.

“Partigiani già appartenenti alle formazioni GL e Matteotti si sono riuniti a Milano la sera del 17 marzo 1955 per uno scambio di idee sulla situazione attuale. Essi hanno innanzitutto rilevato che, a dieci anni dalla Liberazione é ancora possibile il ripetersi di quegli episodi di squadrismo fascista che contrassegnarono nel 1920 l’abdicazione e il disfacimento dello stato liberale e prepararono l’avvento della situazione attuale. [...] I convenuti ritengono che una tale atmosfera, pericolosa per la ancora gracile democrazia italiana, sia soprattutto prodotta:

1) dal troppo frequente ricorso degli organi del governo alle famigerate leggi fasciste di pubblica sicurezza, leggi che contrastano gravemente con la lettera e lo spirito della Costituzione, fondamento dello Stato democratico e inalienabile conquista della Resistenza;

2) dalla mancata attuazione e dal mancato rispetto di altre norme fondamentali della Costituzione, come ad esempio: libertà di riunione e di propaganda (sempre più invischiate nel libito delle autorità centrali e periferiche) libertà nei luoghi di lavoro, libertà religiosa, sviluppo della scuola di Stato e libertà di insegnamento;

3) dalla supina acquiescenza della politica estera del governo alle esigenze talora contrastanti con gli interessi nazionali italiani. I partigiani riconoscono le difficoltà, per l’Italia, di una politica pienamente autonoma nell’attuale situazione politica internazionale, ma ritengono che, nell’ambito stesso della politica scelta dalla maggioranza, si debba mantenere ferma la esigenza di un maggiore impegno italiano in una politica di pace con tutti i popoli, e comunque di decisione autonoma, sia nella propria politica interna, sia nel caso di un conflitto che non impegni direttamente il Paese.”

Appello dei partigiani delle brigate Matteotti e GL redatto il 17 marzo 1955, riportato da l’“Avanti!”; 27 marzo 1955

 

 

Fino al 1955 e ancora per un quinquennio l’antifascismo é un valore, una ‘ideologia’ solamente tollerata da parte delle forze governative, le quali vi vedono il cavallo di Troia del comunismo

. Dal 1948 inizia quello che é stato definito “il processo alla Resistenza”[2]; la logica della guerra fredda si impone sui sentimenti unitari e cattolici e comunisti costituiscono le rispettive associazioni partigiane e si afferma la prassi delle manifestazioni separate. Nonostante ciò “quel filo esile e magari tortuoso non si interruppe mai del tutto”[3]: la memoria della Resistenza mantenne uniti, attorno a valori alternativi a quelli dominanti, uomini di diverse idee politiche.

Passo fondamentale per la conservazione di questi valori fu la costituzione nel 1949, per impulso di Ferruccio Parri, dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, con sede centrale a Milano e che col tempo coordinerà una serie di Istituti associati. L’Istituto dette anche vita a una propria rivista, “Il Movimento di Liberazione in Italia”, diretta dal cattolico Giorgio Vaccarino. Attraverso l’Istituto si cerca di rilanciare l’impegno unitario attorno ai valori dell’antifascismo, ma nella fase più acuta della guerra fredda é impossibile celare le divaricazioni interpretative che si affermano nei diversi schieramenti. Il Congresso di Venezia dell’aprile 1950 su La Resistenza e la cultura italiana, pur riscuotendo un grosso successo in termini di adesioni, mostra questi limiti. Dopo altri cinque anni però qualcosa sembra cambiato: il clima sia interno che internazionale é più disteso e si prospetta la possibilità di un allargamento della maggioranza a sinistra, inteso come un primo passo verso una riedizione dei governi tripartiti, i quali non potrebbero non fondarsi sul denominatore comune dell’antifascismo (anche se nelle imminenti elezioni in Sicilia la DC ha scelto ancora l’alleanza a destra).

Il Decennale della Liberazione, coincidendo con significative evoluzioni dello schieramento politico, portò con se grandi speranze di cambiamento.

 “Non si tratta di ridurre tutto ad un comune denominatore; si sviluppi e si eserciti pure la lotta politica nel contrasto delle opinioni, ma si sappia trovare l’unità su alcuni elementi essenziali, che sono patrimonio di tutto il popolo italiano”[5].

La volontà di portare su un piano politico questo stato d’animo diffuso é alla base della iniziativa più rilevante presa nell’ambito delle celebrazioni: un grande Convegno unitario sulla Resistenza, al Teatro Alfieri di Torino il 16 aprile 1955.

 

Il Convegno é promosso, “fuori dal quadro dei partiti e delle stesse organizzazioni partigiane”, da un gruppo di persone di diverse correnti di pensiero: il repubblicano Achille Battaglia, il comunista Giancarlo Pajetta, il socialdemocratico Domenico Chiaramello, il democristiano Achille Marazza, il socialista Sandro Pertini, l’ex Presidente del Consiglio Ferruccio Parri e Riccardo Bauer.


Gli scopi del Convegno sono chiariti da un invito che il Comitato promotore ha fatto pervenire a tutti gli uomini della Resistenza e nel quale si legge tra l’altro:

 

“Gli uomini della Resistenza ai quali é indirizzato questo invito, superando le ragioni di sdegno e di amarezza così frequenti in questi giorni, vogliano considerare con il senso di responsabilità che li lega al passato le vicende del nostro Paese in questo decennio e le prospettive per l’avvenire. Ieri tutti noi, di ogni partito e di ogni pensiero, abbiamo trovato le ragioni di unione nel riconoscimento concorde delle grandi ragioni ideali che hanno presieduto alla formazione della nazione italiana e ne hanno animato l’ascensione e l’evoluzione verso tappe superiori di democrazia e di giustizia sociale, oggi dobbiamo ancora riconoscere che quelle stesse ragioni, al di sopra di ogni partito, rappresentano la sola vera guida valida per l’avvenire, capace di evitare al Paese involuzione e regresso. La storia di questi dieci anni non é del tutto lieta per noi: nel 1945 é stato vinto il fascismo; non é stato ancora vinto il sottofondo fascista che riemerge sempre più pericolosamente ed incoraggia provocazioni ed offese ormai intollerabili. Nel 1955 il Paese non ha bisogno di commemorazioni, ma di un forte richiamo e di un monito severo. Spetta a noi di ripeterlo nella forma più solenne, per l’obbedienza che dobbiamo alle idee, per la fedeltà che dobbiamo alle falangi di martiri caduti per esse”.

 

 

Al Teatro Alfieri il 16 aprile 1955 si ritrovarono 3000 invitati.

Sono presenti tra gli altri Togliatti, Longo, Lussu, Amendola, Scoccimarro.

Paolo Greco, durante la Resistenza membro del CLN torinese in rappresentanza del PLI, presiede la seduta mattutina:

 “Noi ci siamo poi divisi più di quanto fosse necessario poiché resta di fronte a tutti un grande compito unitario: far attuare la Costituzione nata dalla Resistenza. Per questo programma noi chiamiamo qui, in vista di un’azione unitaria, tutte le forze e i partiti che hanno cooperato nella guerra di Liberazione”.

Dopo Greco prende la parola Peyron, sindaco democristiano di Torino:

“Oggi che ci sentiamo fratelli come dieci anni fa, facciamo voti che nascano ancora decisioni concordi che si proiettino nell’avvenire per il bene dell’Italia.”

 Subito dopo veniva letto il messaggio inviato da Einaudi, il quale avrebbe presenziato, il giorno seguente a Cuneo, alla commemorazione di Duccio Galimberti. Lettere anche di Merzagora, Gronchi, Cadorna. Dopo l’intervento di Chiaramello (PSDI) prende la parola Achille Battaglia:

“Se vi é un pericolo reale di involuzione reazionaria non meno reali e decise sono le forze che la Resistenza non vogliono vedere tradita: esse dicono che il gioco meschino della reazione non riuscirà: l’Italia non sarà un campo di sfruttamento a vantaggio di una cinica oligarchia. Si tratta qui di vedere come possiamo organizzarci. Oggi c’è l’inizio di un dialogo, un incontro unitario, che può dare buoni frutti: portiamo questa rinnovata unità su un piano politico e costruttivo”.

Parla quindi Longo, dal quale viene l’attacco più esplicito alla Democrazia Cristiana:

“Il grave non é che non siano state attuate tutte le promesse della Costituzione: il grave é che non si dimostra nemmeno la volontà di attuarle”.

Eccetto Longo, per una specie di tacito compromesso tutti gli oratori si limitano a denunciare la situazione, senza rivolgere accuse precise. Dopo Longo interviene l’on. Brusasca, DC; egli é molto cauto, invoca genericamente la necessità di “difendere la libertà e la democrazia uscita dalla Resistenza e liberare dal bisogno le masse che ancora vivono nella miseria”. Con il suo intervento si chiude la seduta mattutina.

La seduta pomeridiana é presieduta da Domenico Riccardo

Peretti Griva, magistrato, figura di rilievo dell’antifascismo torinese[8]. Battaglia prende ancora la parola e svolge una relazione su “Il processo alla Resistenza”. Come egli denuncia nella sua documentata accusa, nel 1949 si chiude il processo al fascismo e inizia quello alla Resistenza. La causa della involuzione va però cercata a monte, quando fu battuto il governo del CLN, presieduto da Parri.

“Oggi - dice l’ex azionista - noi non siamo più disposti a sopportare il processo alla Resistenza. Per questo dal nostro Convegno dovrà uscire qualcosa di meditato, di serio e di duraturo”.

Achille Battaglia emerge quale animatore dei maggiori sforzi per tutelare e valorizzare la Resistenza[9]. Al Decennale è impegnato in un’opera di denuncia dell’operato della Magistratura, espressa anche attraverso il noto saggio nel già citato volume Dieci anni dopo; è soprattutto grazie al suo impegno se la denuncia della persecuzione giudiziaria verso i partigiani nel dopoguerra sarà uno dei punti centrali del Congresso.

L’altra priorità di cui il consesso si fa promotore é individuata nella necessità di potenziare la ricerca storica sulla guerra di Liberazione. Se ne fa portavoce Vaccarino, cattolico, direttore dell’Istituto storico per la Resistenza, il quale significativamente aggiunge:

“Forse più di quanto non si immagini ci sono fra noi cattolici persone che vogliono che questo tempo, non debba andare perduto per l’avvenire d’Italia, per la libertà del Paese e dei lavoratori”.

Conclude l’incontro Parri:

“Si é trattato, in questo Convegno di ricucire fili strappati da molti anni, di ritrovare i primi elementi di unificazione dopo le vicende amare di dispersione e di divisioni. [...] Il fatto che voi oggi siate qui gente di diverse affiliazioni, di varie correnti, convenuti ad un richiamo comune, é il segno che qualcosa di non ornamentale ma di fondamentale era rimasto e su quello noi ci basiamo. Il comitato unitario che é sorto farà le sue prove su alcuni problemi precisi, dalla difesa giudiziaria della Resistenza, all’insegnamento della gloriosa epopea partigiana nelle scuole. E noi non dimentichiamo che il compito primo che ci attende é la attuazione della Costituzione”.

Come la mozione conclusiva del Convegno conferma, questi tre punti, insieme alla ricorrente richiesta di scioglimento del MSI, sono gli impegni considerati prioritari per un recupero dei valori della Resistenza.

 

 

La mozione conclusiva dell’Assemblea partigiana.

Torino, 16 aprile 1955

 Da Torino, città medaglia d’oro, dopo dieci ani dalla insurrezione vittoriosa, gli uomini della Resistenza, riuniti a convegno levano il loro commosso saluto alla memoria dei caduti che immolarono se stessi per ridare prestigio ed onore all’Italia e per aprire la via alla sua rinascita democratica.

Ringraziamo gli uomini e le donne d’Italia che con l’azione eroica a volte oscura e sconosciuta dettero prova di saper difendere con le armi in pugno la libertà e la indipendenza. Dieci anni fa nelle ore decisive per la nostra Patria, dopo il lungo travaglio del ventennio, popolo e partiti ritrovarono unità d’intenti e d’azione per salvare la nazione e gettare le basi di una democrazia, non zoppa ma fondata sul lavoro. Nell’azione di ogni giorno contro il nazifascismo si temprò l’unità del popolo, perché concorde fu il riconoscimento delle grandi ragioni ideali che dovevano presiedere alla formazione della nazione italiana che trovarono poi la loro codificazione nella Carta costituzionale solennemente approvata dal popolo e dall’Assemblea costituente.

Oggi gli uomini della Resistenza riaffermano che quelle stesse ragioni ideali, al di sopra di ogni partito; democrazia e popolo, pace e libertà, progresso e benessere, per le quali lunga e tenace lotta combatté l’antifascismo, rappresentano la sola e la sicura guida valida per l’avvenire.

In questi dieci anni la via della libertà e del progresso aperta con la lotta partigiana é stata, volta a volta, sbarrata dalle forze che affondano le loro radici nel sottofondo fascista che non é stato eliminato e che vorrebbero compromettere le conquiste ottenute dal popolo italiano. Bisogna ritrovare l’unità di intenti e di propositi per salvare la democrazia e rinnovarla, hanno proclamato in questo convegno gli uomini della Resistenza a Torino, bisogna camminare fianco a fianco anche se le convinzioni politiche ci dividono per far sì che la Resistenza non sia mai tradita. Questo incontro a Torino sia di  valido auspicio perché il dialogo e la discussione fra coloro che assieme combatterono serva a ritrovare, nell’esperienza drammatica comunemente vissuta, l’intesa sui grandi e sui piccoli problemi che sono all’ordine del giorno della nazione. Tanti sono i problemi da risolvere e sui quali vi é già  unità di consensi e di adesioni. Nel campo assistenziale e culturale varie sono le questioni che attendono una soluzione: assieme vi é da difendere il grande patrimonio della Resistenza.

Il Convegno di Torino fa propria la proposta formulata da vari amici perché si addivenga alla formazione di un comitato nazionale (unitario) della Resistenza che dovrà organizzare i mezzi ed i modi per assicurare la difesa giudiziaria della Resistenza, per introdurre la Resistenza nelle scuole, nei programmi scolastici e diffondere la conoscenza soprattutto nelle generazioni giovanili.

Il Convegno invita altresì i parlamentari partigiani di ogni corrente politica a proporre provvedimenti perché i patrioti colpiti da sentenze per reati comuni durante la guerra di Liberazione o subito dopo di essa siano rimessi in libertà con un atto di giustizia, in considerazione del loro passato che non può essere dimenticato, e siano considerate intangibili le pensioni privilegiate di guerra conseguite da questi partigiani.

Il Convegno ravvisa la necessità che un disegno di legge la cui premessa deve essere il riconoscimento giuridico del CVL, il cui proposito deve essere il riconoscimento e il riordinamento e il  rafforzamento delle iniziative culturali ed assistenziali.

In particolare l’Istituto per la storia del movimento di Liberazione deve ottenere il riconoscimento e il contributo finanziario dello Stato.

Il Convegno di Torino che ha raccolto uomini di ogni tendenza politica combattenti contro il fascismo, invita solennemente tutti gli italiani a trovare negli ideali comuni che hanno guidato la lotta di Liberazione l’unità che deve tutelare oggi e domani la libertà del Paese.  

 

 Al contrario di PCI e PSI, la Democrazia Cristiana è verso il Convegno di Torino molto cauta, anche perché praticamente nessuno dei suoi uomini di vertice attuali ha partecipato alla guerra di Liberazione e teme che le conclusioni dell’assise partigiana siano molto critiche nei suoi confronti. L’atteggiamento della DC é riassumibile in una adesione formale all’iniziativa, accompagnata da una forte reticenza sui contenuti e le conclusioni dell’incontro. Mentre i quotidiani comunista e socialista danno nei giorni precedenti ampia notizia dell’evento, pubblicando a più riprese stralci dell’invito diramato dal Comitato organizzatore[10], su “Il Popolo” la prima segnalazione del convegno é il 13 aprile: nell’occhiello si legge Le celebrazioni torinesi del primo decennale della Liberazione, ma poi il titolo vero e proprio é Dieci anni fa a Cumiana una delle più orrende stragi naziste e l’articolo riguarda interamente questo avvenimento: “il card. Fossati celebrerà domenica una solenne Messa di suffragio per i cinquantotto trucidati”; é prevista la presenza del gen. Cadorna. Il 15 aprile sotto il titolo Celebrazioni del Decennale é riportata la notizia che domenica il ministro Tupini sarà a Milano per la commemorazione indetta dalla comunità israelitica, e né il 15 né il 16 c’è nessun accenno al Convegno partigiano di Milano.

Benché la prassi delle celebrazioni separate tra i partiti politici sarà seguita anche nei decenni successivi, nel 1955 le rappresentazioni della Resistenza sono così distanti da far pensare a due distinti fenomeni. Il partito democristiano porta avanti un calendario di celebrazioni alternativo ed esclusivo, cercando, secondo l’accusa di Longo “con tanta cura di limitare e sofisticare le manifestazioni ufficiali. Si comprende anche che esso abbia cercato di fare delle ‘sue’ manifestazioni ‘tutta’ la celebrazione del Decennale”[11]. Il 17 aprile, quando “L'Unità” e “Avanti!” dedicano ampio spazio in prima pagina all’evento, “Il Popolo” riporta un piccolo trafiletto in seconda pagina: Celebrato ieri a Torino il Decennale della Resistenza ed é proprio Longo ad essere al centro del breve servizio. Nel sommario si legge: “L’on. Brusasca riafferma gli ideali di libertà che furono alla base del movimento partigiano - Il tono comiziesco dei comunisti Longo e Sereni ha turbato la serenità della manifestazione”.

Secondo l’autore “il tono che ha contraddistinto l’assemblea partigiana non sempre é stato sereno e, per troppi versi ha ricalcato le linee propagandistiche e polemiche del Partito Comunista. [...] I numerosi interventi che si erano intrecciati durante la giornata non tenevano in sufficiente conto, salvo lodevoli eccezioni, le diverse tendenze dell’antifascismo italiano, rappresentate al Teatro Alfieri, per l’appunto, da uomini militanti nel campo opposto.[...] Taluni oratori di parte comunista hanno pesantemente e con scarsa delicatezza processato il Governo nazionale e le forze del centro democratico, come se, anziché ad una riunione di resistenti, parlassero ad un auditorio di parte. Comunista di stretta osservanza é stato il lungo e monotono discorso del vice segretario del PCI Luigi Longo”. Quindi si conferma l’adesione formale: “rilevate certe cose, ad ogni modo bisogna immediatamente aggiungere che le conclusioni cui l’Assemblea é pervenuta raccolgono nella sostanza l’invito rivolto alla fine da Ferruccio Parri”.

Sia “L'Unità” che “Avanti!” parlano di “plebiscitarie adesioni ricevute” ma, in omaggio alla propria, diversa strategia politica, la prima vi scorge soltanto una “esigenza unitaria”, il quotidiano socialista invece le interpreta come testimonianza di “quanto vivi siano rimasti i motivi e i richiami di una lunga comunanza di lotta anche fra uomini che le polemiche ed i contrasti politici di questi dieci anni sembravano aver posto su posizioni inconciliabili”[12]. L’ottimismo di entrambi si rivelerà tuttavia prematuro: occorreranno ancora cinque anni prima che l’antifascismo diventi un valore primario e condiviso nello schieramento politico.


 

Le citazioni del convegno sono tratte da L'Unità e Avanti! del 17 aprile 1955

[2]Per un’analisi dettagliata di questo fenomeno vedi A. Battaglia Giustizia e politica nella giurisprudenza; in AA.VV., opera citata.

[3] N. Bobbio, citato da G. Santomassimo, op. cit. pag. 7

[5] “L'Unità”, 28 marzo 1955, pag. 1; Longo Foa e il d.c. Fusi celebrano il Decennale. Fusi era stato deputato DC nella I° legislatura, era comunque una figura di secondo piano nel partito cattolico.

[7]L’appello é pubblicato integralmente su “L'Unità”, 30 marzo 1955

[8] Nel dopoguerra fu presidente della Corte d’Appello di Torino

[9]A. Battaglia. Avvocato, reduce della prima guerra mondiale, fin dal 1921 fece parte i gruppi di democrazia radicale e contribuì alla resistenza opposta dall’Associazione ex Combattenti ai tentativi di ‘fascistizzazione’ Dopo le leggi eccezionali fasciste del novembre 1926, come avvocato difese più volte gli antifascisti di fronte al Tribunale Speciale. Dal settembre 1943 partecipò alla Resistenza, nelle file di Giustizia e Libertà. Rappresentò il PdA alla Consulta e dopo il suo scioglimento aderì al Partito Repubblicano. Nel dopoguerra fu uno dei più strenui difensori dei partigiani nei processi intentati loro tra il 1947 e il 1952. Il suo impegno fu interrotto dalla ‘morte sul campo’, nel 1960 in seguito ad un attacco cardiaco, mentre al Teatro Eliseo di Roma, stava presiedendo con Calamandrei, Longo, Parri ed altri, il Convegno federativo della Resistenza.

[10]L’“Avanti!” ne da notizia il 30 marzo, il 14 -15-16-17 aprile; “L'Unità” il 30 marzo, il 16-17 aprile.

[11] L. Longo; Dieci anni dopo, “L'Unità”, 24 aprile 1955

[12] “L'Unità” e “Avanti!”, 17 aprile 1955