la resistenza negli anni della repubblica

 

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LA RESISTENZA: UN PATRIMONIO DELLA SINISTRA?

 
La Liberazione é un evento lontanissimo dal clima politico del 1955. La guerra fredda, che a livello internazionale inizia a dare segnali di logoramento [1], in Italia è ancora nel suo stadio più acuto. Gli scontri sulla legge truffa sono recentissimi e anche se di lì a pochi giorni l’elezione di Giovanni Gronchi alla Presidenza avrebbe posto fine alla prima fase della Repubblica, la tensione nel Paese era palpabile.

La celebrazione dell’unità antifascista è irrealistica e le interpretazioni di quell’evento, che pure é assunto come fondante da tutte le forze politiche, lo confermano pienamente. La Democrazia Cristiana è ancora più propensa a cercare alleanze sulla destra che non a resuscitare lo spirito della Costituente e di fatto ‘subisce’ la ricorrenza. PCI e PSI fanno propria la memoria e l’eredità della Resistenza, non si può dire quanto per loro deliberata volontà e quanto per la rinuncia del partito cattolico, che affoga il suo antifascismo nel più intransigente anticomunismo. Benché questa impostazione venga poi attenuata nel corso dei decenni, essa riemergerà con forza con la crisi della cosiddetta Prima Repubblica e sarà fatta propria dalla nuova destra italiana, fino alla clamorosa svolta di Gianfranco Fini nel novembre 2003.

Comunisti e socialisti concentrano nell’epica della Resistenza il sacro momento fondante della Repubblica e soprattutto i primi hanno in essa le basi della loro legittimità costituzionale. La loro interpretazione si fonda su due punti fondamentali: la continuità dell’antifascismo del ventennio con la lotta di Liberazione; l’impulso operaio (PCI) o popolare (PSI) come prologo di una ritrovata dignità nazionale.

Le celebrazioni dell’aprile 1955 testimoniano la centralità strategica che il mito della Resistenza ha assunto nei partiti d sinistra.
I riti sono aperti da Palmiro Togliatti, il 17 aprile al Velodromo Vigorelli di Torino.

Togliatti rivendica alla azione del PCI un ruolo-guida nell’antifascismo e nella Resistenza, prontamente messa al servizio dell’intera nazione.



Il Decennale della Liberazione coglie il PCI in una fase di transizione e di riorganizzazione interna. Togliatti spinge verso il superamento della cosiddetta ‘doppiezza’ del partito e la definitiva trasformazione della struttura interna da partito di quadri a partito di massa. La ‘svolta’ é sancita dalla IV Conferenza di Organizzazione di Roma del 1955, in seguito alla quale Secchia é emarginato e sostituito da Amendola alla guida della Sezione Organizzazione.

Nell’interpretazione comunista della Resistenza viene di conseguenza accentuandosi la funzione nazionale del partito, con particolare sottolineatura del ruolo formativo dell’apparato sulle masse (Togliatti) e della preminenza comunista nella lotta (Longo). Le differenze tra i due dirigenti sono quelle tra il politico ed il partigiano. In Togliatti manca il vissuto resistenziale. Le due interpretazioni si integrano a vicenda, concorrendo a determinare la linea del partito, mentre l’interpretazione alternativa di una Resistenza come patrimonio esclusivo della classe operaia e la coincidenza tra lotta di Liberazione e lotta di classe subisce la stessa sorte del suo principale sostenitore, Pietro Secchia, il quale é emarginato negli anni 1954-55.

Secchia rivendica alla sinistra il merito di aver fatto prevalere al “feticismo dell’unità” nell’attesismo, “l’unità nell’azione”.
La sua impostazione considera la guida di Togliatti troppo rinunciataria e tende a conservare maggiori elementi di quel modello di ‘partito di avanguardia’ che si era affermato nel ventennio fascista.
Nell’aprile 1955 egli non è più parte della ristretta cerchia dirigente. Il suo intervento nella celebrazione è di natura giubilativa, sganciato dalla strategia del partito, della quale sono espressione le interpretazioni di Longo e Togliatti. La sua interpretazione e la sua figura ‘mitica’ resisteranno comunque nel tempo, come dimostrerà il parziale recupero della sua impostazione negli anni della contestazione giovanile.

Pur nella diversità ideologica e strategica delle posizioni, tutta la sinistra concorda nell’assegnare alla classe operaia il ruolo guida nella lotta di Liberazione, in forza di uno scontro col fascismo che inizia nel 1921, mentre la altre forze democratico liberali si oppongono in modo fermo ad esso solo dal 1925-26.
L’interpretazione é invece divisa laddove si deve stabilire quale partito, PCI o PSI, ha avuto il ruolo preminente nello stimolo e nella guida della lotta. Il PCI rivendica il merito di avere educato, organizzato e guidato il fronte antifascista mentre il PSI mette in risalto il suo ruolo di ‘nemico storico’ del fascismo-movimento.

Sandro Pertini rivendica al socialismo la prima opposizione al fascismo in forza della assoluta anteticità delle due ideologie. Antifascismo e Resistenza sono inseriti in un continuum di lotte contro la reazione, che da Crispi arrivano a Mussolini e Scelba, condotte dal partito socialista a conferma del suo radicamento nel popolo e nella storia italiana.

Benché entrambi i partiti di sinistra accampino alla loro azione una funzione nazionale, il richiamo del PSI appare più radicato nella sua storia. La rivendicazione del PSI di una preminenza nell’antifascismo (e per esteso nella controffensiva della classe operaia) è tra l’altro funzionale a legittimare lo sviluppo di una azione politica autonoma, che prende corpo al XXXI Congresso Socialista, che si svolge in concomitanza con le celebrazioni del Decennale. Mentre la critica della ‘svolta di Salerno’ é ancora di fatto sacrificata all’impegno unitario, sul tema della primogenitura dell’opposizione al fascismo tra PCI e PSI si sviluppa in occasione delle Celebrazioni uno scontro aspro tra Pertini, Roberto Battaglia e Pietro Caleffi.


L’accentuazione degli aspetti competitivi all’interno della sinistra é data dal tentativo socialista di intraprendere una iniziativa politica autonoma di avvicinamento alla DC.

L’apertura del PSI portava un notevole dinamismo sulla scena politica e ad un ripensamento dei rapporti a sinistra. Se prima del 1953 prevalevano gli aspetti di collaborazione, dopo le iniziative autonome dei socialisti si accentua la competizione. Il PCI non oppone a questa operazione una condanna a priori, essendo diviso tra la paura di un isolamento totale e l’opportunità, attraverso l’avvicinamento dei socialisti all’area di governo, di avviare una serie di riforme di struttura che, dal 1955 sono centrali anche nella loro politica. Togliatti tuttavia, con notevole lungimiranza, non condivide la fiducia di Nenni nella volontà riformatrice di Fanfani in quanto egli considera la nuova leadership come il tentativo di rilanciare su basi più moderne l’integralismo cattolico.

Il PCI vede piuttosto in questa operazione il tentativo democristiano di rompere l’unità della sinistra e il partito socialista deve bilanciare le sue aperture al centro con rassicurazioni sulla intangibilità dell’unità della classe operaia. Negli interventi dei comunisti al XXXI° Congresso socialista si può cogliere questa preoccupazione.

Pertini svolge in questa fase un ruolo strategicamente importante: il suo spirito democratico e l‘autorità morale’ conquistata durante l’antifascismo e la Resistenza sono unanimemente riconosciute. Pertini “contribuisce alla formazione e alla fortuna stessa del mito resistenziale, con l’eccezionalità della sua vicenda personale”, può quindi porsi come garante dell’apertura al centro nei confronti del PCI e soprattutto nei confronti della base, per fugare timori di ‘scivolamenti a destra’ (c’erano già in settori del partito dubbi sulla ‘riformabilità’ della DC).
L’unità della classe operaia è per Pertini un valore intangibile: egli ritiene che una sua eventuale rottura creerebbe una situazione di vuoto di potere che già fu decisiva per l’avvento del fascismo (e la memoria delle lotte contro la legge truffa é ancora troppo fresca per non considerare questa eventualità come reale). Altrettanto deleteria sarebbe però una posizione di isolamento.

PCI e PSI differiscono quindi sul modo in cui l’azione della classe operaia deve esplicarsi: per i comunisti, esclusi da qualsiasi prospettiva di governo, continua lo scontro frontale, con toni spesso combattentismi il PSI, dopo la scissione di Palazzo Barberini, la sconfitta del 1948 ed il fallimento dell’esperienza frontista, nel 1955 cerca il rilancio del partito, che ha i suoi presupposti nella sconfitta della legge truffa (e del centrismo) e nella ricostruzione del partito apparato di Morandi.  

Le celebrazioni del Decennale coincidono con l’inizio del nuovo corso del PSI, che lo porterà nel giro i pochi anni a trasformarsi in un partito socialdemocratico di governo.