“Sottrarre le forze progressiste all’abbraccio soffocante dei gruppi conservatori”.

Il PCI nel Ventennale della Liberazione

 

 

All’avvento del centro sinistra il PCI é diviso tra l’ottimismo che deriva dalla riattivata collaborazione tra i partiti di massa, che potrebbe preludere ad un suo avvicinamento all’area di governo, e la preoccupazione per la strategia moderata di divisione permanente del movimento operaio, con l’emarginazione di quella parte che fa capo al partito comunista.

Nel 1965, all’interno del PCI, anche i più ottimisti sostenitori del centro sinistra riconoscono il suo fallimento e il sopravvento delle posizioni dei democristiani sui tentativi di riforma promossi dal PSI: “il governo di centro sinistra che doveva avviare una nuova politica ed un nuovo costume, non ha portato invece, attraverso i suoi equivoci, e le sue involuzioni, che alla degradazione della vita politica, allo svuotamento delle istituzioni, alla ormai annosa commedia dei ‘chiarimenti’ e dei ‘rilanci’ che lasciano tutto come prima, peggio di prima”[1]. La proposta dei comunisti, nonostante gli ‘aggiustamenti ideologici’ seguenti la destalinizzazione, é in linea con tutta la strategia seguente alla esclusione dal governo nel 1947: “noi vogliamo che si riprenda il cammino interrotto dalla Resistenza, che si sviluppi con una nuova maggioranza, un patto democratico di collaborazione e di rinnovamento tra tutte le forze e creare le condizioni per far uscire il nostro Paese dalle sue difficoltà e dalla sua arretratezza”[2].

Elementi nuovi sono apportati dal dibattito interno al partito, riconducibile al contrasto tra una linea pragmatica di avvicinamento all’area di governo (Amendola) e una strategia basata su un “blocco sociale” che si ponga in modo alternativo ai programmi della maggioranza (Ingrao). Lo ‘scontro’ tra le due posizioni assume, pur non raggiungendo almeno esteriormente la formazione di correnti, una notevole intensità e si esplica anche nel giudizio retrospettivo sulla politica del PCI durante la Resistenza[3].

Come rileva Ernesto Ragionieri,

“lo scontro, poi, sarebbe finito con la sconfitta politica di Ingrao,

ma con la sua vittoria ideologica, nel senso che la maggioranza del partito si sarebbe appropriata delle sue posizioni”

E. Ragionieri, Storia d’Italia, op. cit., pag. 2712.

 

 Il rinnovato slancio verso la società, e in particolare verso i giovani, mostrato in occasione del Ventennale può ad esempio essere considerato frutto del suo apporto. Il dibattito rimase acceso per tutto il 1965 e culminò nell’XI Congresso del gennaio 1966, ma non scalfì l’unitarietà del partito e l’univocità delle sue posizioni.

La consapevolezza delle forti preclusioni ancora in atto riguardo un avvicinamento del PCI all’area di governo consigliano di agire prioritariamente verso il ripristino dell’unità della classe operaia, attuando cioè un recupero del partito socialista a sinistra[5]. Come osserva Alicata, all’epoca direttore de “L'Unità”, “c’è un’azione unitaria ... da compiere insieme nei sindacati, nelle cooperative, negli enti locali, dovunque c’è un tessuto unitario costruito nei decenni, su cui certo non può essere costruita soltanto la nuova unità che noi rivendichiamo, ma che non può non essere considerata una nuova componente di questa nuova unità. [...] Nessuno... può permettersi il lusso di regalare senza combattere alla socialdemocrazia l’80 per cento del PSI!”[6].

 


 

Lo stesso PSI non é omogeneo nella ‘scelta di campo’ attuata dalla corrente maggioritaria e l’opposizione alla linea di Nenni si raccoglie attorno alla leadership di Lombardi e Santi. Nella corrente lombardiana “forti sarebbero rimasti la preclusione nei confronti dell’atlantismo, la diffidenza verso la socialdemocrazia e una sorta di avversione personale nei confronti di Saragat, il legame con gli ambienti sindacali e cooperativi, e in generale con organismi di massa che ne accentuavano la spinta unitaria a sinistra,  il richiamo a riforme di struttura”[7]. Nonostante il dialogo con la sinistra del PSI i rapporti tra i due partiti sono conflittuali e, da parte comunista, miranti alla delegittimazione dei vertici che sostengono l’autonomia socialista[8]. Il PSI, o meglio “la destra del PSI”, é presentata come succube della Democrazia Cristiana, dando nello stesso tempo risalto all’opposizione interna. Non si vuole tanto attaccare tutto il partito quanto screditare la linea politica di Nenni; si parla di “resa dei laici” alla volontà del partito di maggioranza e di “aspre critiche” della sinistra interna. La posizione del PSI riguardo la guerra del Vietnam é abilmente sfruttata per evidenziare questa subordinazione; l’aperta opposizione dei socialisti all’intervento degli Usa non era riuscita a scalfire la posizione di totale allineamento alla politica americana.

Nel Ventennale della Liberazione il PCI, per bocca del suo segretario, identifica il “vero spirito della Resistenza” nel riconoscimento del “diritto di tutti i popoli alla libertà e alla indipendenza nazionale”[9], delegittimando così dallo spirito della resistenza italiana coloro che non sostengono la causa dei “partigiani” in Vietnam. La presenza nel mondo di vasti movimenti di liberazione nazionale dall’imperialismo dà vigore all’impostazione rivoluzionaria della resistenza italiana, ormai esclusiva del PCI e gli permette di rivolgersi in modo sprezzante a “quei laici, quei ‘socialisti’ per i quali la rivoluzione italiana trova le sue colonne d’Ercole nel centro sinistra. [...] Quando noi comunisti ci  rivolgiamo alla gente troviamo risposta. E capiranno che la gente per bene, i democratici non sulla carta, ci rispondono oggi sul Vietnam anche perché in Italia vent’anni fa c’è stato un 25 aprile: e perché se occorresse, domani ve ne sarebbe anche un altro”[10]. L’attacco al PSI sui temi della Resistenza é comunque molto cauto: il ruolo avuto dai socialisti é ormai un fatto consolidato e difeso con orgoglio da essi; negare il loro contributo in modo plateale, oltre che essere poco credibile, creerebbe dei dissidi forti anche con quella sinistra del partito nella quale si confida per spostare l’asse di tutta la politica nazionale. Nel nome della Resistenza si fanno piuttosto dei generici richiami nei quali il partito socialista é presentato come vittima delle forze reazionarie. “Portare avanti lo spirito innovatore ed unitario della Resistenza sottraendo le forze progressiste all’abbraccio soffocante dei gruppi conservatori[11]. Nello stesso tempo, cautamente, si procede a ‘scalzarlo’ dal ruolo di primo antagonista del fascismo.

Nel “Documento della direzione del PCI per il Ventennale della Resistenza”, pubblicato il 21 aprile su “L'Unità” e intitolato Dalla rivoluzione antifascista all’avanzata verso il socialismo si ricordano le “migliaia di contadini, di lavoratori, anziani e giovani, che ancor prima di Matteotti erano stati assassinati” e si imputa all’incapacità del partito socialista la mancata risposta rivoluzionaria all’offensiva reazionaria rappresentata dal fascismo: “La crisi politica aperta dalla prima guerra mondiale aveva posto il problema di una trasformazione del paese, dell’accesso della classe operaia alla direzione dello Stato. A questo problema il movimento operaio, per l’incapacità del Partito socialista, non seppe dare una risposta rivoluzionaria. Ciò pose nel 1921 l’esigenza della fondazione del PCI, come partito rivoluzionario, internazionalista, marxista e leninista”[12].

Come nel Decennale la concorrenza nella paternità della Resistenza creerà dissidi tra i due partiti di sinistra ma nel Ventennale il PSI ha ormai raggiunto una completa autonomia.

Nel 1955, pur essendo presenti dei segnali in questa direzione, la sua posizione era ancora di sostanziale allineamento, incentrata sulla denuncia della Resistenza tradita dalla Democrazia Cristiana dopo il 1947. Una propria rappresentazione e una aperta critica alla linea del PCI erano ancora sacrificate al patto di unità d’azione.

Nel 1965 questa suditanza non esiste più e il partito ricopre senza reticenze e con orgoglio il ruolo di interprete più fedele dello spirito della
Resistenza in virtù della sua autonomia, sia durante che dopo la lotta, in chiara polemica con le finalità sovranazionali perseguite dal PCI. Ai comunisti é contestata una deficienza di spirito democratico, dimostrata nella mancata critica al movimento comunista internazionale.

 

La critica del regime post-staliniano, passo decisivo verso l’autonomia, era stata ripagata in termini elettorali nel 1958 ed era diventata uno dei cardini dell’immagine libertaria e nazionale del socialismo italiano[13]; i contrasti russo-cinesi sono riportati con frequenza giornaliera dall’“Avanti!”, nettamente in funzione antisovietica benché la Cina fosse portatrice di istanze contrarie alla pacifica convivenza tra capitalismo e comunismo. Si punta l’accento sul totalitarismo del movimento comunista internazionale, in una critica continua dello “stalinismo”, termine che nel PSI era già usato nella sua corrente accezione antidemocratica. Seguendo la stessa strategia di divisione e delegittimazione degli ex alleati, il PSI da rilievo ai contrasti interni al partito comunista derivanti dallo scontro ideologico tra URSS e Cina: Incidenti tra comunisti e ‘cinesi’, “L'Unità” bolla di infamia i ‘cinesi’ del PCI[14] sono titoli abbastanza ricorrenti dell’organo socialista di questo periodo. Il tasso di democraticità del PCI é giornalmente stimato sull’“Avanti!”, secondo una linea che, per quanto legittima, non poteva non esasperare i rapporti tra i due partiti.

 


I condizionamenti internazionali del PCI sono ritenuti responsabili della emarginazione della sinistra italiana dopo la Liberazione e delle conseguenti storture del sistema: “Perché i governi della Liberazione rinunciarono, così, alle riforme possibili subito? [...] Ci fu, in quegli anni pieni di speranza popolare una consapevole rinuncia della sinistra italiana a battersi nel governo per una politica di riforme possibili. [...] Il piano internazionale dell’URSS consigliava in quegli anni prudenze e rinvii, condizionando e limitando possibilità se non rivoluzionarie, almeno riformatrici, anche in Italia. Il vento residuo del nord, contrastato da altri venti, del sud, occidentali e orientali, si stemperò, così in una campagna oratoria nel paese, vivace ma senza conseguenze di riforme”. Si imputa anche la sconfitta del ‘48 ai condizionamenti dell’URSS: “Il fronte popolare del ‘48 aveva la sua debolezza nei vincoli internazionali, che si manifestarono, per esempio, nella presentazione (che non fu creduta) del Piano Marshall come causa di miseria per il paese. Fu una politica di sconfitta. I suoi risultati furono l’isolamento della classe lavoratrice di sinistra, la rottura sindacale, la crisi e la scissione del socialismo”[15].

La critica socialista investe retrospettivamente tutta la politica frontista: “E’ caduto il mito dell’unità comunque delle forze di sinistra, che é stato alla base dell’alleanza frontista: l’unità suscita sempre suggestione, naturalmente, ma si ha la coscienza, dopo l’esperienza degli anni passati, che non vale, per vincere, una qualunque unità. Questa coscienza é più chiara tra i socialisti, meno tra i comunisti, ancora fermi più spesso a predicare l’unità che a creare le condizioni necessarie della sua possibilità. Ma é sintomatico che Amendola sia uscito con la sua proposta di un partito unico dai comunisti ai socialdemocratici, dal momento che cinquant’anni di storia italiana ed occidentale dimostrano che la classe lavoratrice non vince ne con la politica comunista, ne con quella socialdemocratica”[16]. Accanto all’attacco sui temi della
Resistenza parte dal PSI un esplicito invito al PCI a “scegliere coerentemente, anche col sacrificio di residue, sbagliate mitologie, di dar forza alle posizioni di lotta politica capaci non soltanto di promettere ma di fare, alle posizioni più criticabili perché più esposte, ma più efficaci”[17].

Il revisionismo socialista (inteso nell’accezione positiva della parola) fa sì che nel Ventennale si sviluppi il dibattito su alcuni temi e indirizzi di ricerca i quali, per la loro stretta connessione con le strategie in atto, più che sul piano storiografico, sono da considerarsi mossi da esigenze dell’attualità politica. Lo stesso può dirsi delle iniziative editoriali promosse dal PCI in occasione del Ventennale. Il 3 aprile “L'Unità” pubblica una ampia ricostruzione storica del momento della Liberazione, tratta dalla Storia della Resistenza di Pietro Secchia e Filippo Frassati, appena edita dagli Editori Riuniti[18] e ampiamente pubblicizzata dall’organo comunista.

 Sotto il titolo Fu la direzione del PCI a dare il via all’insurrezione nazionale del 25 aprile Secchia ricostruisce le fasi finali della lotta per la liberazione di Milano nell’aprile 1945 e, parlando degli ultimi frenetici tentativi di compromesso, dichiara che “a tale accordo [ritirata dei tedeschi] non si addivenne per il rifiuto opposto dal CLNAI a trattare e in modo particolare per l’intransigenza del PCI e del PdA, decisi ad ogni costo all’insurrezione”. A questa dichiarazione risponde il 14 aprile, sempre su “L'Unità”, Sandro Pertini, con un tono che se comparato a quello del Decennale testimonia un forte deterioramento dei rapporti: “Tu lasci intendere che il partito socialista non fosse deciso ad ogni costo all’insurrezione. Niente di più falso. E tu lo sai come lo
sanno Luigi Longo, Giorgio Amendola, Emilio Sereni e Dozza. Tu e i tuoi compagni avete constatato sempre, in ogni circostanza, l’intransigenza del sottoscritto, che nel CLNAI rappresentava precisamente il partito socialista”. Pochi giorni dopo Pertini annota su l’“Avanti!”: “Ancora una volta mi vedo costretto a sorgere in difesa del mio partito per quanto concerne il suo contributo alla guerra di Liberazione. Compagni - peraltro carissimi - delle formazioni ‘Garibaldi’ e di ‘Giustizia e Libertà’ (e qui é fuori causa il compagno Riccardo Lombardi) spesso nell’esaltare la loro presenza si lasciano andare a minimizzare quanto in quella lotta il PSI ha dato e fatto. Questo mi ha sempre esasperato, perché al mio partito ho offerto tutta la mia non breve esistenza. Esso ha sempre costituito la ragione prima della mia vita e non posso tollerare che gli si rechi offesa”[19].

Anche Lombardi si pone il problema ma individua cause diverse dalla malafede delle altre formazioni: “Perché mai sono insorte (e continuano a manifestarsi) tante incomprensioni o sottovalutazioni, che anch’io considero ingiuste, del contributo delle formazioni Matteotti nella guerra partigiana? A mio giudizio, e non se ne dispiacciano i compagni matteottini, una notevole responsabilità ne ricade proprio su di essi: per non essersi curati di dar vita, a liberazione avvenuta, a un centro di raccolta e coordinamento della documentazione relativa al loro specifico contributo. So bene che ciò fu dovuto in gran parte alla sciagurata scissione socialista del 1947 che separò compagni che insieme avevano combattuto e portò perfino all’assurdo di non farli più trovare, compatti e solidali, nelle stesse associazioni partigiane. Mentre vi fu una associazione GL, mentre i garibaldini curavano meticolosamente la raccolta della loro memorialistica, nulla di paragonabile avvenne per le ‘Matteotti’”[20].

Anche ammettendo delle mancanze storiografiche da parte socialista, é comunque indubbio l’interesse comunista a sminuire il loro apporto: rivendicare l’impulso e la guida dell’insurrezione é fondamentale nella loro nuova impostazione; d’altra parte nemmeno i socialisti, messa da parte ogni remora unitaria, sono disposti a fare concessioni; é su questo punto che si concentrano le più forti polemiche tra i due partiti. Sempre nella risposta a Secchia, Pertini afferma: “fu proprio il sottoscritto a mandare a monte l’accordo raggiunto nell’incontro avvenuto in Milano, all’Arcivescovado, in presenza del cardinale Schuster, tra Marazza, Lombardi, Cadorna da una parte, e Mussolini, Graziani, dall’altra. In base a codesto accordo Mussolini, arrendendosi al CLNAI avrebbe dovuto essere considerato prigioniero di guerra e quindi consegnato agli alleati. Giunto io, all’Arcivescovado, e messo al corrente di quanto era avvenuto, mi opposi recisamente alla decisione e fu appunto per la mia assoluta intransigenza che l’accordo saltò in aria”[21]. La precisazione di Pertini innesca a sua volta una polemica con Lombardi, presente all’Arcivescovado in rappresentanza del PdA.

Questi contrasti sono indice  di un deterioramento dello spirito unitario che, al di là della raggiunta centralità ideologica nello schieramento politico, é sintomo di scarsa assimilazione del messaggio più profondo della Resistenza. Lo stesso Pertini che si fa interprete di questo malessere:

 ”Desidero rinnovare una fraterna esortazione a chi ha partecipato alla Resistenza e cioè di non pesare con la bilancia
d’un mercante quanto in essa hanno fatto gli uni e quanto gli altri. Se si aspira, come aspiro io, alla unità di tutti gli ex partigiani sarebbe molto più utile ed aggiungo molto più nobile, considerarci tutti - senza alcuna discriminazione sui meriti e sui demeriti - egualmente partecipi di quella lotta, di cui ricorre il Ventennale. Partecipi sullo stesso piano anche con i nostri errori ed eccessi, commessi, però, sempre in buona fede e con spirito retto. Soltanto in questo modo riusciremo a far sì che il Secondo Risorgimento  venga considerato dall’intero popolo italiano come suo patrimonio politico e morale da costudire e da difendere sempre. E questo per me é quello che conta”
.

L'Unità”, 14 aprile 1965

 


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[1]Intervento di Longo alla manifestazione a Padova per onorare Eugenio Curiel, il 28 febbraio 1965. Riportato da “L'Unità” il 1 marzo 1965

[2]Ivi

[3]E’ il caso del dibattito Sereni-Magri sulla natura, offensiva o difensiva, della strategia dei Fronti Nazionali o Popolari. [vedi Sereni, Discussione sulle politiche di fronte popolare e nazionale op. citata]

[4]E. Ragionieri, Storia d’Italia, op. cit., pag. 2712

[5]Significativamente “L'Unità” del 25 aprile titola Trionfino gli ideali della Resistenza con una nuova unità operaia e democratica  

[6]Citato da Ragionieri, Storia d’Italia, op. cit., pag. 2713.

[7]M. Degl’Innocenti, Storia del PSI, op. cit. pag. 333

[8]Lo stesso Lombardi così descrive il tipo di opposizione del PCI: “opposizione frontale e senza quartiere, con un carattere pregiudiziale appena dissimulato da una effimera fase di attesa sospettosa e insofferente, senza consentire ne tregua ne margine di manovra, cose entrambe, e i comunisti lo sanno bene, indispensabili per il successo di una linea politica, tanto più in un difficile governo di coalizione”. [citato da M. Degl’Innocenti, Storia del PSI, op. cit. pag. 349]

[9]“L'Unità”, 26 aprile 1965. A conferma di ciò per il Ventennale della Liberazione una delegazione del PCI si reca ad Hanoi e, significativamente, il 24 aprile la dirigenza del PCI (Napolitano, Longo, Berlinguer e Macaluso) invia una bandiera delle Brigate Garibaldi in Vietnam.

[10]“L'Unità”, 26 aprile 1965

[11]“L'Unità”, 5 aprile 1965

[12]Il PSI replica a questa impostazione: “Il documento dedicato dal partito comunista al ventennale della Resistenza costituisce un arretramento rispetto a posizioni maturate nel seno del partito comunista stesso, un ritorno a forme di rozzo settarismo, che credevamo superate”. [“Mondoperaio”, aprile 1965, pag. 2]

[13]Ulteriore elemento di attrito era costituito dal finanziamento del PCUS al PSIUP, sia in funzione antisocialista che anticomunista. 

[14]“Avanti!”, rispettivamente 17 e 30 marzo 1965

[15]“Avanti!”, 25 aprile 1965

[16]Ivi

[17]Ivi

[18]L’opera é posta in vendita a fascicoli, 32, a 250 lire l’uno

[19]“Avanti!”, 16 aprile 1965

[20]“Avanti!”, 22 aprile 1965

[21]“L'Unità”, 14 aprile 1965