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Il Ventennale della Liberazione. Dalla memorialistica alla storiografia

 

Con le pubblicazioni edite in occasione del Decennale “il dibattito storiografico sembrava decisamente avviato al superamento della fase retorica e fabulatoria che era prevalsa, come inevitabile, nei primi anni seguenti la Liberazione”[1].

Tra la fine degli anni ‘50 e i primi dei ‘60 si verifica un allargamento della prospettiva storiografica, favorito dalla ricorrenza del centenario dell’Unità d’Italia[2] e dall’avvicinamento al dibattito di storici accademici che negli anni immediatamente successivi la Resistenza si erano astenuti, sia per la vicinanza cronologica dell’evento che per l’esasperata politicizzazione della disputa. Ulteriore impulso viene dal rinvigorimento del sentimento antifascista seguente alla crisi Tambroni. Un ruolo fondamentale di stimolo alla ricerca é svolto dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, fondato a Milano nel 1949 e poi diffusosi a livello regionale. Dopo i Convegni sulla storia della Resistenza organizzati nel 1950 e nel 1954, un terzo é tenuto a Firenze nell’ottobre 1958 e un’altro, a Genova nel maggio 1959, si occupa specificatamente del metodo storiografico.

Ricorda Parri, presidente dell’Istituto, in occasione del discorso d’apertura del Convegno di Genova:

“Ci appariva sempre più chiaro come ad un Istituto che si chiamava ‘storico’ si imponesse un compito ormai superiore a quello della raccolta documentaria, e cioè la necessità di promuovere chiarimenti sui temi e nodi cruciali della storia del movimento di Liberazione in Italia, senza avere la pretesa con questo (e vorrei dire a giustificazione nostra) di elaborare una storia definitiva da consegnare ai posteri, ma con l’intento e la responsabilità di sceverare e chiarire i materiali di base per il giudizio storico. In questo senso abbiamo già convocato due convegni storici, quelli del 1954 e del 1958 a Firenze, secondo questo criterio monografico di colpire, nel primo, il periodo delle origini della Resistenza, come si manifesta questo fenomeno e quali sono i suoi attacchi immediati col passato dal quale sorge; e nel secondo di chiarire i problemi cruciali del 1944”.[3]

Le tematiche centrali del convegno di Firenze saranno la questione istituzionale e i rapporti tra Resistenza e alleati, ma l’ampliamento degli studi riguarderà anche la partecipazione dei ceti medi, il ruolo dei CLN, l’antifascismo e il fuoriuscitismo, la storia della Resistenza italiana inserita nell’ambito della storia generale della seconda guerra mondiale.

Discriminante di tutte le diverse accezioni della Resistenza, nel senso che condiziona l’impostazione storiografica di tutti gli altri temi, é considerarla o meno il “secondo Risorgimento”, cioè se essa possa considerarsi parte di un lungo processo di crescita civile dell’Italia, del quale il Risorgimento é stato il primo evento significativo e il fascismo una parentesi o comunque un elemento esogeno (“si interruppe un processo, non cominciò una novella storia”[4]); oppure se al contrario la
Resistenza sia da intendersi come movimento del tutto estraneo alla precedente evoluzione della situazione italiana e il fascismo una degenerazione interna del sistema liberale. La ricorrenza del Decennale ha mostrato che le forze politiche, dalla DC al PCI, accettano l’impostazione di continuità, seppur con accenti molto diversi e, soprattutto a sinistra, con molta enfasi celebrativa.

Questa interpretazione é fatta propria anche dalla storiografia promossa dall’Istituto Nazionale per la Storia del movimento di Liberazione in Italia, che anzi si spinge anche oltre; Parri in occasione del Convegno di Genova del 1959, scorge nei partigiani caduti “una lunga e lontana eredità che viene dalla Rivoluzione francese, da Cattaneo e Mazzini, e da Marx: una storia ideale non mai interrotta, che si sviluppa attraverso il Risorgimento, con i superamenti che il Risorgimento aveva rappresentato rispetto ai tempi anteriori, e con quelli che attendeva ai tempi successivi, e che, attraverso tutte queste prove e queste esperienze, ha portato alla Resistenza”[5].

Tra gli studiosi si sviluppa un dibattito molto vivo: tutti riconoscono alla Resistenza caratteri peculiari rispetto al Risorgimento, quali l’adesione dei cattolici e una più vasta partecipazione di massa, ma mentre per alcuni questi sono elementi discriminanti, per altri rappresentano fattori secondari rispetto al medesimo spirito politico ed etico che ha mosso i due fenomeni. Da parte cattolica queste differenze rappresentano semmai una ‘integrazione’ alle lacune del Risorgimento: con la Resistenza essi rafforzano la loro legittimazione politica, dopo aver in un certo senso subito i moti ottocenteschi. Questa é ad esempio la tesi delineata da Piero Pieri e da Aldo Garosci[6]. La tesi della “crescita civile non interrotta” é giustificata dal fatto che l’antifascismo ha mantenuto viva la continuità ideale dell’Italia democratica, mentre la dinamica della caduta del regime ha dimostrato la scarsa penetrazione del fascismo nell’animo degli italiani.

L’antifascismo del ventennio e il fuoriuscitismo divengono oggetto di numerosi studi[7], ma il dibattito continua a risentire, seppur in misura minore rispetto al Decennale, delle tensioni politiche dell’epoca: Garosci in Primo e secondo Risorgimento[8] riutilizza il concetto di ‘opposizione democratica al fascismo’, utile a creare una discriminante nel fronte antifascista tra “socialisti e bolscevichi” da una parte e partiti democratici dall’altra. Per Garosci solo l’antifascismo democratico é in linea di continuità con il Risorgimento, mentre l’antifascismo comunista é “antirisorgimentale”, almeno fino al 1934, quando é conquistato alla causa dell’antifascismo democratico.

Parlare di ‘secondo Risorgimento’, oltre a rigettare l’impostazione classista (infatti l’accettazione di questa impostazione da parte del PCI gli viene ritorta contro per sostenere il carattere aclassista della lotta) o di guerra civile (Pisanò[9]), presuppone l’accettazione della Resistenza come il frutto di uno sviluppo coerente, anche se non lineare, della Storia d’Italia e l’antifascismo come il presupposto della guerra
di Liberazione. Per contro il fascismo appare estraneo dalla tradizione nazionale; non a caso una parte della storiografia cattolica, che fa capo a Gabriele De Rosa, lo considera figlio dei movimenti irrazionalistici del periodo libico[10].

Da questa impostazione si distacca il fondamentale il saggio di Claudio Pavone Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento[11], pubblicato nel 1959. “L’espressione ‘secondo Risorgimento’ per indicare la Resistenza é divenuta largamente corrente nei discorsi, negli scritti, nelle testate di riviste e giornali usciti dopo il 1945. Tuttavia, quando si abbandonano i discorsi celebrativi e di prima approssimazione, quelle due parole appaiono avvolte in un alone di incertezza, e nascono dubbi suscitati innanzitutto dai troppo diversi punti di vista da cui si pongono coloro che ad esse fanno ricorso”. La definizione fu usata per la prima volta esplicitamente nell’ambiente da cui doveva uscire Giustizia e Libertà e fra tutte le formazioni politiche che presero poi parte alla Resistenza, il partito d’azione o, almeno la sua ala che discendeva direttamente da GL, fu senza dubbio quella che più poté considerarla congeniale”. Al di là della riflessione storica propria di una ristretta élite, “l’utilizzazione di un concetto storiografico come il Risorgimento nella polemica antifascista era talvolta solo implicita nella scelta dei nomi e di parole d’ordine che facevano appello alla tradizione patriottica e democratica, senza particolari prese di posizione storico-politiche”; é il caso dell’uso di questo concetto nell’ambito del movimento operaio. Pavone é qui in linea con Garosci, considerando il patrimonio risorgimentale estraneo ai suoi riferimenti ideali[12]. Ancora all’inizio degli anni ‘30 Togliatti dichiarava: “La tradizione del Risorgimento vive  nel fascismo, ed é stata da esso sviluppata fino all’estremo. [...] La rivoluzione antifascista non potrà essere che una rivoluzione ‘contro il Risorgimento’”. Dopo la svolta strategica dell’Internazionale nel 1933 essi sono però costretti a cambiare tattica; “l’atteggiamento comunista verso il Risorgimento risentì subito del mutamento avvenuto nella direzione politica. [...] L’obiettivo politico immediato contro il ‘cosiddetto Risorgimento’ veniva in tal modo a cadere. Si doveva inoltre necessariamente ridar fiducia a motivi popolari o popolareschi ritenuti idonei a commuovere le masse; e Garibaldi si sarebbe trovato, fra questi, in prima fila. [...] La guerra di Spagna doveva essere l’occasione della glorieuse rentrée di Garibaldi nel mondo del comunismo italiano e internazionale”[13]. Tra l’altro egli oltre ad essere rivoluzionario é anche “unitario”.

Il richiamo dei socialisti al concetto di ‘secondo Risorgimento’ è senz’altro sostenuto da una più radicata tradizione nazionale. La tradizione socialista, della quale Pertini si fa interprete, “vive la Resistenza come un ‘secondo Risorgimento’, vale a dire come una esperienza collettiva e popolare nella quale si riassume la lotta per la libertà e per il riscatto, anche nel consesso internazionale, di una intera nazione avvilita e vinta: vero momento fondante di una nuova identità nazionale. Anzi, di una identità nazionale più autentica perché se nel primo Risorgimento le masse popolari hanno mantenuto nei confronti dello Stato un atteggiamento di indifferenza, se non di ostilità, [...] nel ‘secondo’ esse si fanno protagoniste, coprendo il vuoto politico determinato dalla crisi delle vecchie classi dirigenti, e ponendo così le condizioni per la realizzazione di quella carta costituzionale, che esse avrebbero poi considerato propria conquista”[14].

Riguardo ai cattolici, per Pavone essi “non hanno prodotto un pensiero politico antifascista che possa essere messo alla pari di quello giellista o comunista”, e si chiede: “esiste una interpretazione cattolica della Resistenza? Ne esiste più d’una perché, anche in questo caso, la cultura cattolica non é stata capace di elaborare una sua posizione originale, ma si é dovuta accontentare di riprendere, variandole e adattandole alle proprie esigenze, quelle che venivano offerte dalla cultura laica”. In virtù di queste sue deficienze la DC ha rappresentato lo “strumento principale della salvaguardia della continuità dello Stato tradizionale, borghese, censitario, proprietario, conservatore e, a suo modo, risorgimentale”[15]; é questa continuità dello Stato che offre raffronti fra Risorgimento e Resistenza: continuità in una accezione negativa. Continuità conservatrice é denunciata anche da Valiani e Vaccarino, ma assegnandone le colpe al PCI, secondo una interpretazione che risale al 1947[16].

Più vasto é il fronte di coloro che questa continuità negano: Mario Bendiscioli “si schiera radicalmente contro la tesi della Resistenza come secondo Risorgimento come riflesso di una strumentalizzazione politica di parte”[17]. Bendiscioli considera strumentale sottolineare la continuità della Costituzione del 1946 con le tendenze repubblicane del Risorgimento, le quali furono minoritarie a vantaggio di quelle monarchico-sabaude[18], mentre altri studiosi negano il concetto di secondo Risorgimento assegnando valore discriminante alla vastità della partecipazione popolare[19].

La critica più articolata all’impostazione dominante é quella di Sergio Cotta. Pur avendo già espresso le sue tesi in scritti precedenti[20], grande eco avrà il suo intervento al Convegno Nazionale sulla Resistenza, tenuto a Roma il 23-24 ottobre 1964, sul tema “Forme e metodi dell’occupazione nazista in Italia”. Il Convegno di Roma sarà uno dei più interessanti tra i numerosi promossi nell’ambito delle celebrazioni del Ventennale.

Cotta, svolgendo la relazione su Lineamenti di storia della Resistenza italiana nel periodo dell’occupazione[21], opera subito una “delimitazione del periodo storico che va sotto il nome di Resistenza”. Egli osserva come “nel primissimo periodo di studio della Resistenza, quello immediatamente successivo alla fine della guerra, caratterizzato dalla pubblicazione un po' caotica di memorie e di scritti celebrativi, si intese per Resistenza proprio il periodo ristretto della lotta condotta con le armi, l’azione politica e l’opposizione passiva contro il fascismo e l’occupante tedesco negli anni 1943-1945” e considera questa delimitazione temporale “non solo utile ma fondata”. Riconosce che la tendenza dominante é quella di “comprendere nel concetto di Resistenza tutto l’antifascismo. [...] Si vorrebbe cioè ricollegare strettamente, in una sorta di ‘continuo’ storico e metodologico, la Resistenza al Risorgimento, visto sotto il profilo tanto delle correnti repubblicane rimaste soccombenti di fronte all’unificazione monarchica, come mazzinianesimo e federalismo, quanto delle correnti popolari, soprattutto socialistiche, per lo più emerse dopo l’unità. [...] Nessuno nega certamente che gli antifascisti prima e i resistenti poi abbiano sentito e spesso fortemente il legame che li univa al Risorgimento [...] ma é altrettanto innegabile che il contesto storico, nei suoi precisi aspetti sociali e ideologici, in cui si sviluppò la Resistenza, é profondamente diverso da quello risorgimentale”. Sulla base di questa impostazione nega la supposta continuità tra antifascismo e Resistenza: “fenomeno che si espresse in un’attività essenzialmente politica” il primo, senza sfociare “se non marginalmente, e senza apprezzabili risultati pratici in un’azione diretta di atti di sabotaggio o di colpi di mano, pur audacemente tentati, e tanto meno in una impossibile insurrezione”,  “fenomeno politico-militare” il secondo; “anzi di questi due aspetti, in essa indissolubili, il secondo fu senza dubbio il prevalente”. Inoltre “l‘antifascismo fu un movimento di élites, la Resistenza di masse”.

Con la stessa decisione Cotta respinge l’impostazione classista, definendo la Resistenza “Movimento di massa [...] nel significato più semplice dell’espressione, poiché suscitò adesione larghissima e socialmente indifferenziata che, fuor da ogni retorica, accomunò nella lotta uomini di qualsiasi origine e condizione”. Riguardo l’unitarietà del movimento di liberazione, Cotta considera la Resistenza, “dal punto di vista ideologico una coalizione, unita nella misura in cui ebbe un unico antagonista”[22].

Tutta la sua costruzione sarà fortemente avversata dai comunisti; innanzitutto considerare il fronte antifascista un fenomeno contingente proprio mentre esso sembra avviato alla desiderata centralità ideologica nella società italiana minava in modo pericoloso la posizione del PCI; inoltre negare la continuità tra antifascismo e Resistenza faceva venir meno la rivendicata primogenitura della lotta. Filippo Frassati contesta, prima nell’ambito del Convegno stesso e poi su “Critica Marxista” del marzo-aprile 1965, le posizioni di Cotta. Frassati imputa le sue tesi ad una deliberata malafede: il negare la continuità tra antifascismo e Resistenza é per il PCI una interpretazione indegna anche di essere considerata e dimostra “ch’egli avvia il suo discorso partendo consapevolmente da una premessa destituita d’ogni serio fondamento”[23]; Frassati rivendica inoltre il carattere di massa e non di élite dell’opposizione al fascismo, grazie a “una forza antagonista irriducibile, insopprimibile, radicata nella classe operaia e nel popolo”[24]. L’assenza di aspetti militari nell’antifascismo sostenuta da Cotta é contestata richiamandosi alla guerra di Spagna, e anche qui é insinuata la malafede dello studioso. In generale tutta la costruzione del Cotta é considerata “artificiosa”. Il tono del saggio di Frassati rende l’idea di quanto ancora nel 1965 lo scontro politico condizionasse il sereno dibattito storiografico.

Altri attacchi da sinistra saranno dovuti al suo rifiutare la Resistenza come lotta ideologica o rivoluzionaria: la Storia della Resistenza del Battaglia, massima sintesi di questa impostazione, é definita “gravemente viziata da intenti pratico-politici che pesantemente si sovrappongono e condizionano l’analisi storica”. Egli tra le varie tipologie interpretative (guerra rivoluzionaria, civile, d’indipendenza o di liberazione) adotta quella della Resistenza come guerra di Liberazione: “Già la parola stessa, per il suo duplice significato di liberazione esterna e liberazione interna, di indipendenza e di libertà, permette di abbracciare gli aspetti sia patriottico-nazionali che ideologici della Resistenza, senza nemmeno escludere quelli tipici della guerra civile” [25].

L’interpretazione della Resistenza come guerra di Liberazione é avversata da Pavone, per il quale questa definizione riporta “a quel concetto di unità un po' formale e tendenzialmente agiografica, di cui sono ugualmente responsabili le posizioni politico-culturali di sinistra e di destra”[26]. Inoltre Pavone contesta l’impostazione metodologica, in quanto “é una quadripartizione in cui il quarto termine é in partenza comprensivo dei tre precedenti. Non si tratta dunque di una quadripartizione in cui gli elementi logici sono sullo stesso piano: i primi tre individuano infatti tre punti realmente diversi tra loro, di cui il relatore riconosce la compresenza nel quarto, al quale diventa ovvio attribuire una poco mordente vittoria”.

Discutendo ancora della suddivisione del Cotta, Pavone lancia poi un tema che sarà di fatto oggetto di  rimozione per altri 25 anni: “Per quanto riguarda poi la ‘guerra civile’ sappiamo benissimo che tale espressione é usata dai neofascisti per contrabbandare, in modo scopertamente strumentale, un appiattimento di valori falsamente obiettivo. Ma ciò non é motivo sufficiente perché si debbano chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Non vedo perché nel concetto di guerra civile debba essere implicita la neutralità di giudizio espressa attraverso l’astensione dal giudizio stesso o la paritetica condanna moralistica”[27].

Pavone rappresenta il più coerente avversario dell’uso politico e della mitizzazione strumentale della Resistenza: durante la faticosa maturazione di una storiografia indipendente dai partiti egli polemizza con tutte le rappresentazioni che hanno intenti agiografici o autolegittimanti: dal rifiuto del ‘secondo Risorgimento’ nazionale in quanto “parte integrante della ideologia della ‘unità della Resistenza’”[28], al sostegno alla tesi della ‘continuità dello Stato’ in polemica anticomunista, fino alla rimozione della Resistenza come guerra civile, databile al 1985. La sua posizione sarà elaborata ed ampliata nel fondamentale saggio Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza[29], nel quale egli propone la guerra civile come  una delle possibili “chiavi di lettura di carattere generale”, insieme alla interpretazione della Resistenza come guerra patriottica o come guerra di classe. Come nota Massimo Legnani[30], la forte sottolineatura della impostazione della Resistenza come guerra civile “trova rispondenza solo parziale nelle articolazioni interne al volume; [...] il sospetto di una forzatura editoriale non é dunque infondato [... ma] in realtà la forzatura corrisponde a un’attesa, si configura assai meno come una ‘intuizione’ dell’editore ed assai di più come adesività alle aspettative del mercato”[31]. Pavone continua comunque a rifiutare quella equiparazione morale che molti storici considerano insita nel concetto di ‘guerra civile’.

La interpretazione della Resistenza come ‘guerra civile’, per la sua valenza revisionista, é al centro dei  più accesi dibattiti storiografici dell’ultimo decennio; la maggior parte della storiografia ‘classica’ della Resistenza rifiuta o accetta solo come secondaria questa impostazione: da Bocca[32] a Nuto Revelli (“non fu una guerra civile nel senso pieno del termine perché i fascisti per noi erano degli stranieri, come e forse più dei tedeschi”), a P.E. Taviani, Guido Quazza, Sergio Cotta[33]. Rimane comunque il grande merito di Pavone di avere permesso l’apertura del dibattito storiografico su un nodo fondamentale rimosso per troppo tempo.

 

Tornando al 1965, il dibattito storiografico, anche se ancora risente delle tensioni  politiche dell’epoca e perdurano delle rimozioni, ha raggiunto una certa maturità, é cioè avvenuto l’auspicato passaggio dalla memorialistica alla storiografia, sancito da importanti convegni nel 1958-59, i quali hanno segnato uno sviluppo fondamentale sia sul versante dell’ampiezza della ricerca che su quello della metodologia; a riprova di ciò il 1965 “é contraddistinto dalla pubblicazione di una enorme messe di documenti, spesso prodotta, promossa o sostenuta finanziariamente da amministrazioni locali. [...] Questa sembra essere la via più seguita per celebrare la ricorrenza”[34].

L’impostazione storiografica prevalente, portata avanti dall’Istituto per la Storia del movimento di Liberazione in Italia e da insigni studiosi, é quella di considerare la Resistenza in linea con la precedente crescita civile dell’Italia, ed ha il suo riferimento ideale nel Risorgimento. Da qui consegue una visione di continuità tra antifascismo e Resistenza e un rifiuto dell’impostazione classista, propria della storiografia comunista (ma anche della sinistra del PSI[35]) a vantaggio di una visione nazionale. Fondamentale in questa evoluzione é l’apporto della storiografia cattolica ed accademica, assente o quasi al Decennale, mentre é ancora marginale la storiografia di parte socialista[36]. Il panorama di studi si amplia molto e anche se permane un forte interesse per la storia militare, soprattutto da parte cattolica viene negata la sua centralità. Vengono investiti altri aspetti; in particolare si moltiplicano gli studi sull’antifascismo del ventennio e si guarda con maggiore spregiudicatezza ai contrasti all’interno dei CLN.

Mentre si dissolve l’immagine di una armoniosa unità antifascista, diffusa in occasione del Decennale soprattutto da sinistra, continua la rimozione della Resistenza come guerra civile, delle eventuali colpe di massa durante il ventennio e dell’effettivo consenso di cui il fascismo può aver goduto. La rivendicata continuità tra antifascismo e Resistenza ha anche la funzione, mai esplicitamente dichiarata, di riscattare moralmente il popolo italiano da eventuali responsabilità.

“Nel complesso, dunque, anche se l’occasione del Ventennale dà adito a molte iniziative di natura celebrativa, il dibattito storiografico é vivo e fecondo. Tuttavia i ‘nodi’ politici di tale dibattito sono ben lungi dall’essere sciolti. La natura fondante della Repubblica che la Resistenza detiene, assieme alle divisioni politiche profonde ancora in atto, anche per gli echi vivi della guerra fredda, continuano a mantenere aperti tali problemi”[37].

 


 


 

[1]S. Rogari, La Resistenza come autobiografia della Nazione 1956-1965, in “Informazione”, anno XIII, maggio - novembre 1994, n° 25 - 26, pag. 9

[2]In occasione del centenario dell’unità fu presentato un progetto di legge Segni-Baldelli, col quale si assegnavano per dieci anni dei finanziamenti per pubblicazioni sulla ricorrenza. E’ significativo che é compreso in questo piano anche l’Istituto della Resistenza, a conferma che l’impostazione della continuità tra Risorgimento e Resistenza é riconosciuta anche a livello istituzionale.

[3]F. Parri, Discorso d’apertura, in “Il Movimento di Liberazione in Italia”, 57, ottobre-dicembre 1959, fasc. IV.

[4]A. Garosci, Gli ideali di libertà dal Risorgimento alla crisi fascista, in AA.VV. Il secondo Risorgimento, op. cit. pp. 93-94

[5]F. Parri, Conclusioni, in “Il Movimento di Liberazione in Italia, 57, ottobre- dicembre 1959, fasc. IV.

[6]A. Garosci, Primo e secondo Risorgimento, in “Rivista storica italiana”, anno LXXIV, 1962, fasc. I, pp. 27-51. P. Pieri, Fascismo e Resistenza, in “Itinerari”, anno IV, dic. 1956, nn. 22-23-24, pp. 571-602.

[7]A. Garosci, Storia dei fuoriusciti, Bari, Laterza, 1953. G. Salvemini, Gli antifascisti all’estero, “Il Ponte”, a. XIII, 1957, pp. 1172-1188. G. Vaccarino, La Resistenza al fascismo in Italia dal 1923 al 1945, in “Il Movimento di Liberazione in Italia”, gennaio-marzo 1959, pp. 17-38. G. De Rosa, Antifascismo e Resistenza, in “Il Movimento di Liberazione in Italia”, gennaio-marzo 1959, pp. 39-43.

[8] A. Garosci, op. cit. pp. 45-47

[9]G. Pisanò, Storia della guerra civile in Italia, Milano, Edizioni FPE, 1965-1966, vol. 3. Quest’opera rimase comunque ai margini del dibattito storiografico.

[10]G. De Rosa, Antifascismo e Resistenza, in “Il Movimento di Liberazione in Italia”, gennaio-marzo 1959, pag. 41.

[11]C. Pavone, Le idee della Resistenza, in “Passato e Presente”, n° 7, gennaio febbraio 1959, pp. 850-918.

[12]Nota retrospettivamente Pavone a proposito del clima di quegli anni: “Il saggio sul rapporto fra Risorgimento e Resistenza va collocato nel clima di sbocco a sinistra, determinato dai fatti d’Ungheria e dal rapporto Kruscev, che ispirava la rivista Passato e Presente sul quale esso comparve. Era un’atmosfera euforica e fiduciosa, che consentiva di trattare con notevole spregiudicatezza argomenti che fino a quel momento, anche da parte di chi come me non era mai stato iscritto al partito comunista, erano stati accantonati e sottotaciuti”. [C. Pavone, Alle origini della Repubblica, Bollati Boringhieri, Torino, 1995, pag. VIII]

[13]C. Pavone, Le idee della Resistenza. Antifascisti e fascisti di fronte alla tradizione del Risorgimento, op. cit. pp. 850-889

[14]M. Degl’Innocenti, Sandro Pertini combattente per la libertà, op. cit. pag. XXI

[15]C. Pavone, Le idee della Resistenza, op. cit. pp. 907-914

[16]Queste posizioni saranno ribadite da Valiani e Vaccarino al Convegno di Firenze del marzo 1958.

[17]S. Rogari, op. cit. pag. 17

[18]M Bendiscioli, Antifascismo e Resistenza (impostazioni storiografiche), Roma, Studium, 1964. Da notare però che Bendiscioli nel 1958, in occasione del III Convegno di Studi sul movimento di Liberazione a Firenze esprime una tesi opposta, schierandosi per la continuità tra antifascismo e Resistenza. Frassati in Una polemica con i cattolici sulla Resistenza [in “Critica Marxista”, a. 3, n. 2, marzo-aprile 1965  pp. 76-90] prende spunto da questo per esemplificare “il tipo di condizionamento cui si trovano sottoposti gli storici di parte cattolica”.]

[19]G. Carocci, Il fascismo e l’antifascismo, in “Ulisse”, anno XIV, sett. 1961, vol. VII.

[20]S. Cotta Interpretazione della Resistenza, Trieste, Tip. Adriatica, 1962.

[21]Atti del Convegno nazionale sulla Resistenza, Roma, Palazzo Valentini, 23-24 ottobre 1964. Raccolti in “Rassegna del Lazio”, anno XII, numero speciale, 1965, pp. 28-45

[22]Cotta, Lineamenti di storia della Resistenza italiana nel periodo dell’occupazione, in “Rassegna del Lazio”, op. cit. pp. 28-34.

[23]F. Frassati, Una polemica con i cattolici sulla Resistenza, in “Critica Marxista”, op. cit. pag. 81.

[24]Ivi, pag. 83.

[25]Cotta, Lineamenti di storia della Resistenza italiana nel periodo dell’occupazione, op. cit. pag. 34-35.

[26]C. Pavone, replica alla relazioni di Cotta, Atti del Convegno nazionale sulla Resistenza, Roma, Palazzo Valentini, 23-24 ottobre 1964. Raccolti in “Rassegna del Lazio”, op. cit. pag. 112.

[27]Ivi, pag. 113.

[28]Ivi

[29]Bollati Boringhieri, Torino, 1991

[30]M. Legnani, A proposito di storia, stampa e pubblico, Le accoglienze alla ‘guerra civile’ di Claudio Pavone, in “Storia Contemporanea”, marzo 1992, n. 186, p.119-124

[31]Ivi, pag. 121

[32] “Il Corriere della Sera”, 22 aprile 1995.

[33]Citati da Scoppola, 25 aprile. Liberazione, op. cit., pp. 21-23.

[34]S. Rogari, op. cit. pag. 19

[35]R. Morandi, Lotta di popolo 1937-1945, Torino, Einaudi, 1958.

[36]Tra i contributi cattolici A. Marazza, I cattolici e la Resistenza, “Il Movimento di Liberazione in Italia”, 1956, n° 43, pp. 3-15. L. Bergonzoli, Clero e Resistenza, Cantelli, Bologna, 1964. R. Angeli, Vangelo nei Lager. Un prete nella Resistenza, La Nuova Italia, Firenze, 1964. Per la storiografia socialista R. Carli Ballola, Storia della Resistenza, ed. Avanti!, Milano-Roma, 1957 (seconda ed. 1965). M. Cesarini Sforza, Brigate Matteotti, Istituto di Studi Storici sul movimento socialista, Roma, 1964. Per una bibliografia più ampia si rimanda a S. Rogari, opera citata e agli ultimi contributi: G. Muzzi,  I socialisti nella Resistenza, Lacaita, Bari - Roma, 1995; S. Neri Serneri, (a cura di), Il partito socialista nella Resistenza, Nistri-Lischi, Pisa, 1988. Riguardo la storiografia socialista, un primo impulso ad essa era già venuto in occasione del Decennale con un Convegno sull’apporto dei socialisti alla guerra di Liberazione, nel quale si auspicava la costituzione di Centri studi per la Storia della Resistenza su scala regionale. Al Ventennale é Lombardi che sollecita la ricerca dalle colonne dell’“Avanti!”: “Dall’accertamento di tale lacuna scaturisce la mia proposta: si é ancora fortunatamente in tempo per fare ciò che nel passato non fu fatto o non lo fu in maniera sufficiente: prima che gli ultimi dirigenti delle Brigate Matteotti scompaiano, se ne raccolgano e coordino le memorie, i documenti, le testimonianze”. [“Avanti!”, 22 aprile 1965].

[37]S. Rogari, op. cit. pag. 19.