Dopo il 1956: “Nuova Resistenza”

 

“Se si pensa al 1955 si ricorderà che allora la celebrazione della Resistenza fu sostanzialmente opera di socialisti e comunisti. Il governo ricordò la data a denti stretti e in termini così generici e vagamente ‘patriottici’ che furono peggio del silenzio. I resistenti democristiani, socialdemocratici e repubblicani subirono la umiliazione di vedere il loro governo ‘vergognarsi’ del messaggio politico della Liberazione. Si rilevava anche in questo la stretta e il vicolo cieco del centrismo, l’esigenza drammatica di un nuovo corso politico”[1].

Nel 1965 il nuovo corso é stato tra molte difficoltà avviato e tra i due partiti di sinistra si é creato un divario e un dissidio che si ripercuote anche sulla rappresentazione della Resistenza. Nonostante sia stato il partito comunista ha subire in questi anni più direttamente delle scosse alla sua linea, é il PSI che ha attuato una revisione più vasta della valutazione del movimento di Liberazione, in conseguenza della sua “trasformazione da partito ‘unitario’ di massa e classista, in partito di ispirazione socialista, democratico e popolare”[2]; se al Decennale la sua posizione era sostanzialmente di accodamento alla interpretazione comunista, dieci anni dopo la parola chiave della Resistenza socialista é “autonomia”.

Secondo la nuova e più originale linea, l’autonomia ha permesso al partito di agire nell’interesse esclusivo della Nazione, quando nelle altre forze politiche c’è stato “il prevalere delle ragioni di Stato e di Chiesa sullo slancio
popolare. E’ un discorso che vale non soltanto per i cattolici dell’epoca di Pio XII, ma anche per i comunisti nell’età di Stalin”[3]. Ai cattolici si guarda con una certa benevolenza, in quanto “a parte l’interpretazione in chiave esclusivamente ‘personalistica’ ed etica della Resistenza (che noi consideriamo quanto meno insufficiente se scissa dai motivi ‘strutturali’ e di classe che l’hanno resa possibile, se scissa dalle premesse  della protesta operaia che l’ha preparata) viene affrontato - con coraggio - il tema ‘difficile’ e vitale dell’autonomia politica”[4]. Di “autonomia politica” non si può invece parlare nel caso dei comunisti, vero bersaglio polemico delle celebrazioni del Ventennale.

Al PCI é imputata una carenza di spirito nazionale, sacrificato all’allineamento a Mosca; a causa di questa subordinazione i comunisti avrebbero rinunciato a qualsiasi tentativo riformatore. Una delle differenze maggiori rispetto al Decennale é che il PSI é ora molto esplicito nel sostenere la tesi della ‘Svolta di Salerno’ come tradimento della Resistenza: “La proposta comunista dell’accantonamento della pregiudiziale monarchica rovesciò, infatti, a favore della continuità col passato, la richiesta del congresso antifascista di Bari (28-29 gennaio) per l’abdicazione immediata del Re”[5]. Da questo tradimento discende l’impossibilità di un reale rinnovamento, reso emblematico dalla caduta del governo Parri. “Parri velatamente parlò di un colpo di stato che i liberali e i democristiani avevano in mente. Il colpo di stato non ci fu, nel senso comune della parola. Ci fu invece la svolta, che più tardi sarebbe diventata più aperta e che aveva le sue premesse nelle vicende del 1944, quando ancora si combatteva e si moriva”[6].

Ne esce l’immagine di una Resistenza assediata dalle opposte sponde, entrambe mosse da interessi estranei alla richiesta di rinnovamento etico e politico che partiva dalla società.

Il PSI si autorappresenta come l’unico partito di massa non vincolato ad un blocco internazionale, e quindi l’interprete più vero dello spirito di quei giorni. “Nel complesso moto della Resistenza, nello slancio popolare che lo amalgamava, molto c’era di ingenuo, di confuso, di massimalistico. Il rischio dell’avventura di tipo greco era immanente, ed é stato dato giustamente atto ai comunisti di aver contribuito ad evitarlo. Ma insieme molte energie furono allora avvilite, molta generosità bollata di estremismo, molto tatticismo deviò in secche opportunistiche lo slancio iniziale. La politica estera prevalse sull’interna anche quando si poteva evitarlo, anche quando si potevano trovare soluzioni autonome del problema politico italiano”[7]. Il PSI accusa i comunisti di avere ‘ghettizzato’ la sinistra, relegandola a un ruolo marginale e impedendole di operare per rendere effettivi i valori della Resistenza. Il ruolo dei socialisti in questo contesto é stato quello di aver mantenuto la sinistra sul terreno democratico e di avere, grazie alla sua continuità, difeso la peculiarità dell’esperienza italiana.

“Continuità” é appunto, dopo “autonomia”, la seconda parola chiave della interpretazione socialista; si deve ad essa se “i temi di attuazione della Costituzione sono stati, finalmente, posti con i piedi per terra e costituiscono oggetto di impegno di governo”[8].

Per il PSI la Resistenza oggi si esplica su un piano nuovo, secondo una linea molto pragmatica, all’interno delle strutture istituzionali: “La nuova Resistenza oggi non può essere soltanto rievocazione, ma azione politica. [...] L’urgenza di quest’azione politica, accanto al ricordo e come fedeltà al ricordo, é accresciuta oggi dai bisogni e dai modi di pensare della gente, soprattutto dei giovani. [...] Vent’anni di esperienze hanno dunque cambiato molte cose, molte idee” e “non [si] possono riproporre agli uomini, ai giovani di oggi gli stessi schemi politici, gli stessi giudizi di allora”[9].

Nuova Resistenza é anche il nome della rivista promossa dai giovani socialisti; nei loro intenti, la linea di Nuova Resistenza deve “prendere le mosse da quanto va maturando nei giovani orientati in senso democratico ed innovatore e dalle possibilità d’incontro che da essi possono scaturire. [...] L’unità che noi auspichiamo deve fondarsi sulla realtà che dobbiamo affrontare, e comportare responsabilità e scelte chiare da parte di tutti. Dai giovani che verranno a noi si dovrà innanzitutto esigere la completa rimozione del dogmatismo, che costituisce l’ostacolo maggiore per il conseguimento d’una effettiva unità di forze diverse, ed in secondo luogo un sincero impegno per un vero rinnovamento sociale”. La rivista si propone tra l’altro di politicizzare e di attrarre i “giovani qualunquisti e i giovani lavoratori”. L’impostazione di fondo é la stessa del PSI: “l’opera intrapresa dalla Resistenza oggi non si continua con storiche celebrazioni e col simulacro di unità che attorno ad esse si forma, ma solo sul terreno vivo delle istanze e dei problemi di oggi, in cui la lotta antifascista può ritrovare tutto il suo valore, storico ed ideale”[10].

Rispetto al Decennale il PSI si é riavvicinato all’impostazione del PdA.In linea con il pensiero azionista  é l’interpretazione conservatrice della svolta di Salerno e la generale condanna del tatticismo comunista, mentre del patrimonio più strettamente classista il PSI mantiene la visione del fascismo come reazione borghese (“forma politica esasperata di lotta di classe[11]”), ma nel complesso può dirsi che “le suggestioni antisistema e i richiami in senso anticapitalistico e classista nel nome di Marx, pur ricorrenti, apparivano sempre più pretesti polemici e occasioni rituali”[12]. L’impegno socialista al Ventennale si esplica nel trasferire “nell’azione di tutti i giorni i valori ideali ereditati dalla Resistenza. Nel nome di essi, compagni, riconfermiamo questo impegno perché l‘epoca nuova aperta dal 25 aprile sia quella della democrazia e del socialismo”[13].

L’esclusione pregiudiziale dei comunisti dall’area di governo crea un grande divario tra i due partiti, aggravato dal fatto che quello comunista può dirsi l’unico ancora fortemente ideologizzato. Dopo la crisi del 1956 e l’VIII° Congresso il PCI subisce degli ‘aggiustamenti ideologici’[14]: viene meno l’imposizione del modello di sviluppo socialista sovietico (anche se rimane il paese di riferimento del comunismo internazionale) e prende corpo la “via italiana”, una “visione del socialismo come processo, di un passaggio dalla democrazia al socialismo come sequenza continua”[15].

Nel contesto di questo preciso disegno evoluzionistico la Resistenza rappresenta il momento intermedio fondamentale: “La Resistenza é stata il fatto più rivoluzionario della storia d’Italia, il punto più alto di mobilitazione e coscienza politica raggiunto dal popolo italiano. La Resistenza ha posto le basi per una avanzata democratica sulla via del socialismo. Il fatto rivoluzionario é consistito nell’entrata della classe operaia e delle masse popolari nella vita nazionale, come protagoniste consapevoli di una rivoluzione democratica”[16].

La correzione ideologica rispetto al Decennale risulta chiara nell’accento che é posto sul momento democratico della Liberazione: anche se persiste una visione non finalistica della democrazia, sembra si sia definitivamente consumata la tradizionale doppiezza del partito; il metodo democratico di allargamento della partecipazione civile  e politica é assunto come indispensabile fase preliminare della socializzazione dell’Italia. La Resistenza rappresenta la rivoluzione democratica, fase precedente la rivoluzione socialista. Con questa impostazione si vuole mostrare l’impossibilità di ottenere, allora, un risultato più avanzato, a dispetto delle numerose critiche da sinistra che accusavano il PCI di avere con la sua strategia tradito le aspettative della Resistenza: “Le nuove generazioni ci chiedono giustamente, in proposito, l’abbandono di ogni tono celebrativo e retorico; [...] Ma quando esse ci domandano, allora (e in tono risentito, magari!): ‘perché avete rinunciato, nella Resistenza, ai vostri obiettivi socialisti? perché, col popolo in armi non avete fatto il socialismo?’ [...] senza iattanza, ma anche senza falsa modestia, raccontiamo dunque con storica consapevolezza e serenità, alle nuove generazioni, che allora non ce l’abbiamo fatta a fare il socialismo”[17].

Al Risorgimento e alla Resistenza  non é riconosciuto valore in se, un valore finale, ma il loro essere momento della evoluzione socialista. Dal 25 aprile passa la via italiana al socialismo, titola “L'Unità” il 5 aprile, in occasione di una delle numerose manifestazioni organizzate dal PCI per il Ventennale. “Celebrare la Resistenza significa ricercare nella Resistenza le origini dell’Italia di oggi; nei contrasti di classe come ogni giorno si svolgono, della dura lotta politica, la matrice dell’attuale realtà con il persistente e rabbioso atteggiamento dei ceti privilegiati, ma anche con la forza di un movimento popolare che é passato attraverso la breccia aperta dalla Resistenza, ed ha occupato posizioni dalle quali parte oggi l’avanzata democratica al socialismo. [...] La classe operaia ha partecipato alla Resistenza consapevole del nesso esistente fra lotta di Liberazione e lotta per il socialismo. La Resistenza non rappresenta un sacrificio della classe operaia, una rinuncia  a lottare per il socialismo, ma il modo concreto (in quelle condizioni) per affermarsi come classe dirigente nazionale e creare le condizioni per una avanzata democratica al socialismo. [...]  di là, dal 25 aprile, é passata la via italiana al socialismo”[18].

Rispetto al 1955 il PCI rivendica in modo più aperto la paternità della Resistenza, e in particolare della lotta antifascista, essendo superata la fase in cui era prioritario confermare la propria legittimità nel sistema. Si continua ad affermare che “la Resistenza non fu monopolio di un solo partito o di una sola classe, fu un fatto di unità nazionale”, ma si aggiunge che “la sua unità non ebbe un carattere indifferenziato. Le classi e i partiti vi svolsero funzioni diverse e contrastanti: di fronte ad una borghesia capitalistica che faceva il doppio giuoco, di fronte ai ceti medi urbani, colpiti dalla catastrofe, che dettero alla Resistenza eroici contributi individuali e di gruppo, ma che nella loro massa restavano passivi, in attesa, esitanti, la classe operaia si gettò nella lotta”; al suo fianco “le masse contadine, che erano rimaste estranee al moto del Risorgimento, e la cui presenza nella vita politica del paese non aveva mai superato un limite prevalentemente corporativo, con la Resistenza entrano per la prima volta, accanto alla classe operaia, come protagoniste consapevoli nella storia nazionale”.

Il PCI rappresenta la Resistenza come movimento di massa nel senso più vasto del termine, e di questa massa sottolinea continuamente la “consapevolezza”, cioè la coscienza della ineludibilità storica della vittoria finale. Colpisce la ‘baldanza ideologica’ con la quale il PCI propone la sua interpretazione. Alla base di essa sta il riferimento alla situazione internazionale dove, nell’ambito dei vasti processi di decolonizzazione e liberazione nazionale sono in corso numerosi ‘processi rivoluzionari’. La Resistenza italiana é inserita all’interno di questo processo mondiale di emancipazione; nei numerosi comizi continui sono i richiami a questi moti: “Negli ultimi anni la Resistenza si é chiamata Cuba, Algeria, Congo e oggi si chiama Vietnam”[19].

Il considerare la Resistenza in un preciso quadro di sviluppo mondiale tuttora in corso é caratteristica esclusiva dell’interpretazione comunista; le altre forze politiche, eccetto qualche analisi comparata delle diverse resistenze europee, relegata spesso al ristretto dibattito storiografico, vivono una dimensione esclusivamente nazionale. “Sfugge a costoro che la Resistenza, anche quella italiana, non é stata un fatto provinciale, una guerra tra villaggi; ma l’aspetto italiano di un grande fatto politico internazionale”[20]. Questa peculiarità dà alla posizione comunista maggiore vivacità e suggestione e può essere considerata una delle premesse a quei “fermenti estremistici” che domineranno il decennio successivo.


 

[1] “Avanti!”, 30 aprile 1965

[2]M. Degl’Innocenti, Storia del PSI, Laterza, Bari, 1993, pag. 361

[3]“Avanti!”, 30 aprile 1965.

[4]Ivi

[5]“Avanti!”, 25 aprile 1965

[6]L. Paolicchi, Il vento del Nord, “Avanti!”, 25 aprile 1965

[7]“Avanti!”, 30 aprile 1965

[8]“Avanti!”, 25 aprile 1965.

[9]Ivi

[10]“Nuova Resistenza”, ottobre 1963, pp. 1-4

[11]”Avanti!”, 25 aprile 1965

[12]M. Degl’Innocenti, Storia del PSI, op. cit. pag. 343

[13]“Avanti!”, 25 aprile 1965.

[14]“Il regime parlamentare, il rispetto del principio della maggioranza liberamente espressa, il metodo definito della Costituzione per assicurare che le maggioranze si formino in modo libero e democratico, sono non soltanto compatibili con l’attuazione di profonde riforme sociali e con la costruzione di una società socialista, ma agevolano e assicurano, nelle condizioni di oggi, la conquista della maggioranza da parte dei partiti della classe operaia”. [Dichiarazione Programmatica, redatta in buona parte da Togliatti, approvata alla fine dei lavori dell’VIII° Congresso; cit. da A. Agosti, op. cit. pag. 458]  

[15]M. Flores, N. Gallerano; op. cit. pag. 98

[16]Documento della direzione del PCI per il Ventennale della Resistenza, “L’Unità”, 21 aprile 1965

[17]E. Sereni, Discussione sulle politiche di fronte popolare e nazionale, in “Critica Marxista”, Anno 3, n° 2, marzo-aprile 1965, pag. 24.

[18]G. Amendola, Dal 25 aprile ‘45 passa la via al socialismo, “L'Unità”, 5 aprile 1965

[19]“L'Unità”, 26 aprile 1965

[20]“L'Unità”, 26 aprile 1965