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Mario Galleri

L'avvento di Internet nella rappresentazione dei partiti americani

 Saggio pubblicato sul n. 3 (Dicembre 2003) di (www.storiaefuturo.com



Se è vero che la politica ha bisogno di grandi rappresentazioni, di narrazioni positive che forniscano identità e miti al corpo sociale, Internet – o meglio l’utopia della comunicazione – nel corso degli anni Novanta ha rappresentato per gli Usa il paradigma sociale per eccellenza, quello che più di ogni altro ha operato per riattivare una collettività logorata dal lunghissimo dopoguerra. 

La formula magica del decennio: “democrazia elettronica”. Così si esprimeva Lawrence Grossman nel 1995 (pp. 7-8): “Negli Stati Uniti si sta delineando un nuovo sistema politico. Alle soglie del ventunesimo secolo, il paese si sta trasformando in una repubblica elettronica, in un sistema democratico nel quale l’opinione della gente comune influenza sempre di più giorno per giorno, le decisioni dello stato. […] I cittadini non solo saranno capaci di scegliere chi li governa, come hanno sempre fatto, ma potranno anche partecipare maggiormente ed in modo più diretto alla politica determinando essi stessi le leggi e le strategie di governo. […] Nella repubblica elettronica non sarà più la stampa ma la gente a rappresentare il quarto potere dello stato a fianco dei tre poteri tradizionali”. Quella che può essere considerata una nuova utopia cibernetica cresce per l’incrociarsi di vari fattori politici, sociali e tecnologici (crisi di rappresentatività del sistema; emersione dalla sua nicchia della cosiddetta “etica hacker”; definitiva affermazione del pc come strumento di massa) e si fonda sul mito della comunicazione come elemento qualificante di una democrazia nuova. 

Con perfetto tempismo si afferma negli anni nei quali si esaurisce la grande priority issue che aveva dominato la vita politica americana dal 1964 al 1988, l’anticomunismo. Gli Usa si sono sempre identificati più in termini di idea che non in termini di territorio e la dimensione mitica continua a svolgere un ruolo decisivo nella definizione della identità collettiva. Con la fine della Guerra fredda si verifica una vacanza in questo elemento di coesione. Complice una dura crisi economica, lo scadimento etico della classe politica torna in primo piano e la fiducia nelle istituzioni ha un drastico calo (Bennet 1998). Riemerge la cosiddetta Anti-Washington mentality e si parla apertamente di crisi di rappresentanza dei partiti[1]. 

In questo contesto, l’utopia della comunicazione si trova a svolgere un ruolo centrale nell’immaginario collettivo della società americana. Philippe Breton individua la sua peculiarità vincente nell’essere “il frutto di una utopia senza nemici. […] Forse per la prima volta da quando è attivo il principio dell’utopia si immagina una società nuova la cui costruzione non richiede una purificazione preliminare, poiché il suo principio di funzionamento è costituito proprio dalla comunicazione e dal consenso razionale e non dall’antagonismo o dal conflitto. Tutti, nessuno escluso, fanno parte della società della comunicazione, dato che la sua forza dipende proprio dalla capacità di liberare le energie comunicative che sono al suo interno” (Breton 1995, p. 59). In un mondo in cui “l’impero del male”[2] è stato appena sconfitto, la società americana è recettiva ad una utopia universale e positiva quale inevitabile epilogo della vittoria del mondo libero. 

Ecco allora che l’avvento della società della comunicazione incarna tutte le migliori aspettative di liberazione dell’uomo, sempre represse ad un indefinito “dopo”. Nell’arena politica il nuovo paradigma viene colto per primo da Ross Perot, texano eccentrico, milionario e candidato indipendente nelle presidenziali del 1992. Perot tratteggia in modo vago una società basata sulle comunità locale, dove una qualche tecnologia – come la Tv interattiva – permette di attuare delle forme dirette di autogoverno, riecheggiando il mitico istituto del Town Hall e ricongiungendosi idealmente alla vita politica dei padri fondatori[3]. La sua candidatura è presentata come quella della società civile che ritira la delega ai partiti. “‘Il 24 febbraio Ross è andato al Larry King show alla tv. […] La Casa Bianca non gli passava neppure per la testa. Tre volte Larry gli ha chiesto se si candidava a presidente. 

Le prime due, Ross gli ha risposto di no. La terza sì’. Lei come è rimasta? ‘Esterrefatta. Il giorno dopo ho incontrato Ross nel garage sotto l’ufficio. «Che cosa hai fatto?», ho protestato. «Non ti preoccupare Sharon», mi ha risposto, «domani se ne saranno dimenticati tutti»’. E invece? ‘Invece quel giorno sono arrivate 250 mila telefonate. Il centralino è andato ko’”[4]. Perot è seducente perché avanza una proposta originale: imprenditoriale, futurista ed antipolitica, ma allo stesso tempo pone la tecnologia nel solco della tradizione (verso la mitica democrazia volontaristica delle origini, contro quella degenerata dei partiti odierni). La sua strategia è comunque solo quella più radicale in uno schieramento politico concorde nell’enfatizzare l’aspetto partecipativo della democrazia[5], alla ricerca di una nuova legittimazione dopo la scomparsa del nemico esterno che generava un effetto aggregante del tipo “right or wrong this is my country”. 

Non si può dire quanto il miliardario texano definisca tempi e modalità del nuovo paradigma e quanto colga un frutto coltivato da altri; senz’altro la sua mediazione contribuisce a creare un frame sbilanciato in senso antipartito, che viene ereditato dai due partiti principali e solo successivamente stemperato nei suoi aspetti più partecipativi. Nella rappresentazione di Clinton, Internet appare come il luogo della ulteriore definizione della democrazia ideale americana, egualitaria ed individualista, perché di fronte ad un pc il presidente ha gli stessi mezzi di un ragazzo di 15 anni abbastanza intelligente da connettersi. Classe sociale, gerarchie e dislocazione fisica non limitano più la partecipazione che attraverso il cyberspazio viene proposta arricchita da: informazione diffusa (I-way); interazione tra cittadini e governanti (forum on line); policy making (Electronic Town Hall). All’inizio del 1993 viene aperto un sito gopher della Casa bianca ed il vicepresidente Gore lancia, attraverso l’immagine della ‘Information Superhighway’ (I-way), il progetto che diverrà l’archetipo della modernizzazione digitale americana: la National Information Infrastructure (NII). Il progetto rimette in moto il grande sogno americano delle opportunità individuali e della crescita economica. “The NII can transform the lives of the American people – ameliorating for constrins of geography, disability, and economic status – giving all Americans a fair opportunity to go as far as their talents and ambitions will take them [...]. An advanced information infrastructure will enable U.S. firms to compete and win in the global economy, generating good jobs for the American people and economic growth for the nation”[6]. Secondo Mark Stefik (1997, p. 7) la metafora usata – “l’autostrada dell’informazione” – “risale almeno al 1988, quando Robert Kahn propose di costruire una rete nazionale di computer ad alta velocità che paragonava spesso al sistema autostradale. [...] [Al Gore] sostiene di averla coniata nel 1979, ed è una tesi plausibile. Infatti il vicepresidente è figlio di Albert Gore sr., che è stato senatore del Tennessee dal 1959 al 1971 e figura tra i promotori della Federal Aid to Highway Acts”[7]. 

Chiunque sia il padre della metafora, di essa colpisce il valore riduttivo rispetto alla molteplicità degli aspetti della Rete. Del resto, come nota Franco Carlini (1997, p. XV), questa immagine ha poco a che fare con quella classica di Internet. “La metafora autostradale non ha mai convinto i netsurfer né il popolo del cyberspazio. Essa piuttosto ha svolto un altro formidabile ruolo, ma fuori dalla rete: grande progetto politico ed economico che, per il suo rilievo generale, assume un’importanza paragonabile a quella svolta dalle altre grandi reti infrastrutturali che hanno accompagnato le grandi espansioni economiche: via d’acqua, vie ferrate, maglia autostradale”[8]. Più di una metafora del web, per i Democratici la I-way è la strada che li conduce al consenso del Paese reale. In questo quadro assume una duplice valenza simbolica: da una parte richiama il grande piano autostradale realizzato da Eisenhover negli anni Cinquanta (I-way = modernizzazione delle infrastrutture)[9]; dall’altro, l’autostrada porta idealmente fuori dalla Beltway, la strada che separa il distretto di Washington dal resto dell’America. 

Con il successo anche mediale dell’immagine, i Democratici si impossessano della priority issue e meglio dei Repubblicani escono dalla città della politica autoreferente. Sulle autostrade viaggiano poi le merci. Anche in questo punto ci si richiama alla più consolidata simbologia americana. Stefik (1997, p. 9) nota a proposito come “alla rete di strade interstatali si accredita comunemente il merito della prosperità economica; l’uso della metafora dell’autostrada è di per sé una tacita assicurazione che gli investimenti su vasta scala in Internet saranno altrettanto positivi per il benessere comune”. Altre metafore che concorrono alla rappresentazione democratica sono quella del mercato virtuale (globalizzazione = conquista dei mercati) e soprattutto quella della biblioteca (informazione = democrazia). “È senz’altro il progetto più costoso e ambizioso della storia ha dichiarato [Gore]. Questa biblioteca di Alessandria elettronica non sarebbe un monumento cittadino in pietra, ma una rete di cavi nazionale in fibre ottiche. Non riunirebbe sale di papiri e di pergamene ma collegherebbe banche dati computerizzate. I suoi custodi non sarebbero i filosofi e i sacerdoti ma i tecnici e i ricercatori. Ne fruirebbero non solo fisici nucleari e il Pentagono come nel progetto Manhattan, né soltanto astrofisici e astronauti, ma anche l\' uomo della strada e la casalinga”[10]. L’equazione “informazione = democrazia” marginalizzava da subito l’enfasi legata alla partecipazione, che era stata rafforzata da Perot, operando di fatto una istituzionalizzazione dell’utopia. Benché se ne cavalchi il mito, ogni progetto di radicale riforma della politica è assente. Il momento informativo è enfatizzato con grandi suggestioni ma non vengono offerte prospettive per un approdo del flusso nella cosiddetta policy sphere. La strumentalità della rappresentazione è testimoniata anche dal fatto che esiste una forte correlazione tra le aspettative di sviluppo generate dalla Rete e le opinioni collettive precedenti. Un sondaggio citato da Robert Shapiro e Benjamin Page (1992, p. 49) rivela come alla metà del 1990 gli americani pensassero che si stava spendendo troppo poco per “highways and bridges” (circa 50%) e per l’educazione (che con circa il 70% si apprestava a diventare la priority issue superando la sicurezza). I Repubblicani, a loro volta, cercano di accreditarsi come sostenitori della cyberpolitica. 

Tramite Newt Gingrich, il loro uomo di punta, lanciano nel gennaio 1995 una serie di proposte per la democrazia elettronica: informatizzazione del Congresso, diretta Tv dei dibattiti; progetto THOMAS per l’accesso on line ai documenti[11]. Nel nuovo Congresso a maggioranza repubblicana in poco tempo vengono rese disponibili la produzione legislativa e le discussioni in agenda. Secondo Gingrich, questo renderà disponibile tutto il “legislative materials beyond the cynicism of the elite” e permetterà agli americani di “begin to have electronic town-hall meetings” (Wright 1995, p. 53). La sintesi della proposta repubblicana è contenuta nel documento “Cyberspace and the American Dream: A Magna Carta for the Knowledge Age” dell’agosto 1994. Nello sforzo di scalzarne la rappresentazione, nel Manifesto c’è innanzi tutto un attacco alla simbologia adottata dai Democratici. “The Information Superhighway. Can you imagine a phrase less descriptive of the nature of cyberspace, or more misleading in thinking about its implications? [...] The highway analogy is all wrong”, explained Peter Huber in Forbes this spring, “for reasons rooted in basic economics. Solid things obey immutable laws of conservation – what goes south on the highway must go back north, or you end up with a mountain of cars in Miami. By the same token, production and consumption must balance. The average Joe can consume only as much wheat as the average Jane can grow. Information is completely different. It can be replicated at almost no cost – so every individual can (in theory) consume society’s entire output. Rich and poor alike, we all run information deficits. We all take in more than we put out”[12]. La rappresentazione punta sull’immagine della “electronic frontier” per suggerire un nuovo territorio vergine e ricco di opportunità da colonizzare. 

Anche nel Manifesto repubblicano ci si sofferma molto sulle prospettive di arricchimento commerciale (cyberspace marketplace) che la Rete può generare. “The challenge for policy in the 1990s is to permit, even encourage, dynamic competition in every aspect of the cyberspace marketplace”. Per contrastare la crescente Anti-Washington mentality Gore suggeriva di superare la Beltway con l’autostrada dell’informazione; i Repubblicani rispondono prospettando un Congresso virtuale, nel quale gli eletti partecipano dal proprio distretto. Nella loro rappresentazione della democrazia elettronica, come già in Perot, ricorre il recupero di un forte localismo, seppure il politico professionista non viene qui esautorato ma ritorna sul territorio. Nel complesso la classe dirigente opera in una logica di autoconservazione. Lo fa attraverso le metafore della biblioteca, della Information Highway, del Congresso Virtuale, dove utilizza a scopo propagandistico dei ben noti Foundation myths della cultura americana (Johnson-Cartee–Copeland 1997). In pratica – nota John Streck (1998) – mentre la cultura cyberpunk converte questioni tecnologiche in questioni sociali, i politici ed i pubblicitari convertono questioni sociali in questioni tecnologiche. L’utilizzo dell’emergente rivoluzione digitale nella costruzione del paradigma sociale è tanto tempista quanto strumentale. Questa enfasi utopica con cui la Rete viene avvolta (si può avvolgere una rete solo se non è stesa) non impedisce tuttavia alla classe politica ed economica dominante di agire da subito per normalizzare uno strumento che essi riconoscono come potenzialmente destrutturante. 

Il processo di privatizzazione e commercializzazione della Rete inizia alla metà degli anni Novanta con il cosiddetto Communication Act, secondo un preciso disegno strategico della prima amministrazione Clinton[13]. D’altra parte il terreno stava diventando insidioso. Mentre i leader politici enfatizzavano la modernizzazione delle infrastrutture che la Rete favorisce, l’utopia democratizzante di Internet stava diventando proprietà dei gruppi antagonisti. Questa inversione ha i suoi presupposti in una serie di eventi che hanno luogo nel corso degli anni Novanta. Prima fra tutti la rivoluzione zapatista come presa di coscienza di massa delle potenzialità politiche dello strumento. “La ribellione zapatista – ricorda Harry Cleaver (1999, p. 105) – è stata confinata in una zona circoscritta nello Stato meridionale del Chiapas. Tuttavia, sfruttando una straordinaria abilità a diffondere gli obiettivi politici attraverso il network informatico, gli zapatisti ed i loro sostenitori hanno intessuto una nuova trama elettronica di lotta, consentendo che la loro rivoluzione coinvolgesse il Messico e tutto il mondo”. 

Al momento della insurrezione, nel gennaio 1994, i network mondiali si rifiutarono di dare spazio ai loro comunicati. “Ben presto, nel Messico, per tutti coloro che leggendo questi messaggi li trovavano documentati e suggestivi allo stesso tempo, questo ‘embargo’ di notizie divenne una situazione intollerabile. […] Quello che essi fecero fu davvero semplice: riprodussero integralmente i comunicati e le lettere e li inviarono in tutto il mondo attraverso la Rete, verso quei lettori potenzialmente pronti ad ascoltare e capire”. Attraverso la Rete, la rivolta zapatista è stata la prima al mondo a raggiungere obiettivi grandiosi ed insperabili[14]: aggiramento del filtro dei media; azione politica di sostegno de-territorializzata e diffusa globalmente; utilizzo del simbolismo di Internet per generare interesse e mobilitazione; grande accessibilità ai materiali informativi e propagandistici per gli attivisti locali. “Notizie di queste mobilitazioni (spesso ignorate dai media) venivano subito riportate in Rete e la moltiplicazione di questi resoconti incoraggiava tutti quei militanti periferici che si sentivano parte di un movimento più grande” (Cleaver 1999, p. 109). È intuitivo come l’esperienza zapatista andasse in senso opposto agli sforzi dei poteri forti per normalizzare la simbologia della Rete. È altrettanto intuitivo come essa sia in antitesi con essi, rappresentando piuttosto l’inizio del sodalizio tra Internet, il movimento “new global” ed i nuovi media indipendenti (“become the media”). Nell’esperienza del Chiapas Internet medium ed Internet issue si fondono grazie alla uguale percezione rivoluzionaria del mezzo di comunicazione e dell’evento politico. In questo senso ha sintetizzato le migliori aspettative antagoniste generate dall’emergere della Cmc (computer mediated communication). Il rivoluzionario romantico del secolo scorso, che a cavallo tra le montagne difende la propria terra dai grandi latifondisti, adesso usa Internet! 

Il Chiapas ha rappresentato per qualcuno un campanello d’allarme ed ha ricondotto molti politici a ben più pacate suggestioni. Chiari segnali del cambiamento nelle “rappresentazioni ufficiali” giungono nel corso della seconda metà degli anni Novanta dalla crescente enfasi posta sul rapporto tra Internet e pedofilia e sulla rappresentazione di Internet come “Rete del terrore” ben prima della psicosi post 11 settembre. Secondo Marco Formenti (2002, p. VII) il rovesciamento del paradigma è definitivo con la rottura di quell’ampio blocco sociale che aveva recepito il paradigma della società dell’informazione. “Il biennio che inaugura il XXI secolo assume – ancor più dopo l’inizio della ‘guerra al terrorismo’ scatenata in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001 – l’aspetto di una controrivoluzione digitale, che vede lo stato americano e una parte delle corporation high tech alleati contro il ‘blocco sociale’ protagonista delle trasformazioni rivoluzionarie del decennio precedente”. Rottura a sua volta determinata dalla crisi economica. Il mito aveva in ogni caso svolto al meglio il proprio compito, quello di riattivare una cittadinanza positiva nei difficili anni post ‘89. Ecco allora che con straordinario tempismo, da un lato si rompe quell’alleanza progressista che lo aveva reso prevalente e dall’altro, sotto la guida della Old Economy, rientra in scena il nemico assoluto e mortale. La Rete cessa di rappresentare uno strumento di incontro e scambio nell’ambito di un mondo libero e si fa buia, si fa bosco dalle lunghe ombre. Luogo non adatto ai bambini, con la rete (l’altra Rete) dei pedofili che allunga le sue mani fino alla cameretta di tuo figlio, che minaccia la tua libertà e la tua sicurezza. 

La grande autostrada, che all’inizio degli anni Novanta portava fuori dalla Beltway verso la democrazia comunitaria dei padri, è la stessa che percorsa senza controlli porta Mohamet Atta e compagni dirottatori dalla Florida a Boston. Il paradiso può attendere.

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